One more light in the sky

Non è vero. Sono queste le tre parole che ogni fan dei Linkin Park ha pronunciato per prime quando ieri, 20 luglio 2017, è stata appresa la notizia del suicidio di Chester Bennington. L’incredulità, lo sconforto e il rammarico più totale. Nel calore dell’estate all’improvviso fa freddo, tremendamente freddo.

Non può essere morto Chester, lui no, non deve morire. Non PUÒ morire. Lui che con i suoi Linkin Park ha accompagnato un’intera generazione di adolescenti con brani leggendari, che hanno fatto da colonna sonora ai video dei cartoni animati più amati da quasi tutti i bambini sulla faccia della terra, che intanto scoprivano la musica e si iniziavano ad avvicinare ad essa. Ma no dai, vedrai che è una bufala, adesso arriva la smentita.

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Poi il tweet di Mike Shinoda (l’altra voce del gruppo) con la più orribile delle conferme, non ci sono più dubbi, l’ha fatto davvero. Ma perché Chester? Ed è proprio nel cercare la risposta a questa domanda che tutto crolla, che esce allo scoperto la verità che per anni era rimasta nascosta dietro quella maschera di apparente immortalità che il “Chester cantante” si sforzava di indossare ogni qual volta salisse sul palco.

Viene fuori tutta la fragilità di un uomo che sin da bambino ha dovuto affrontare i drammi dell’abuso sessuale e del bullismo, che hanno poi spalancato la porta alle droghe, all’alcol e alla depressione. Il suo castle of glass, sempre più fragile, si stava pian piano rompendo e nemmeno l’affetto dei suoi 6 figli è riuscito, evidentemente, ad alleviare il tormento interiore di Chester, le ferite erano troppo profonde.

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Che sia stata la morte di Chris Cornell a dargli il colpo finale non è dato saperlo, ma si può supporre, visto che Bennington ha deciso di porre fine alla sua vita lo stesso giorno del compleanno del leader dei Soundgarden. Sicuramente l’amicizia che li legava era molto forte, come dimostra la dolcissima e commovente lettera che Chester scrisse a Chris dopo la sua scomparsa e la meravigliosa performance di “Hallelujah” di Leonard Cohen eseguita al funerale dell’amico.

Ma nonostante tutto questo, chiedere di razionalizzare la sua morte è una pretesa troppo grande. I Linkin Park sono stati parte di noi, parte del nostro processo di crescita e sono entrati nella memoria collettiva di intere generazioni con brani come In The End, Numb e What I’ve Done. Brani che tutti abbiamo ascoltato almeno una volta e che tutti sentiamo nostri, perché i Linkin Park sono di tutti. Chester e la sua incredibile voce sono e saranno sempre un patrimonio di ognuno di noi.

Solo 34 giorni fa l’ultima esibizione italiana al Parco di Monza, durante gli I-Days 2017, davanti ad un pubblico di 80.000 persone. E torna in mente come il più struggente dei ricordi il momento in cui Chester scese in mezzo al pubblico per esibirsi in Crawling e One More Light, mentre una folla trepidante lo accarezzava, baciava e stringeva. Lui era visibilmente emozionato, con la voce quasi rotta dalla commozione, il suo amico Chris Cornell era scomparso da appena un mese e One More Light gliela aveva dedicata da poco. Se però avessimo saputo, Chester, che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui ci saremmo visti, ti avremmo stretto tutti ancora più forte e ti avremmo dato tutti una carezza ed un bacio in più. Prima che anche la tua luce si spegnesse in un cielo di milioni di stelle.

Con te se ne va un po’ di ognuno di noi, grazie di cuore.

Fabrizio Como

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