Roger Federer: l’arte di diventare immortali

Si definisce immortalità: “La costante sopravvivenza all’opera distruttrice o trasformatrice del tempo” ed immortale è colui “che sussiste al di là delle limitazioni imposte dalla contingenza implicita nel divenire”. Normalmente questi due concetti sono associati a quello di divinità, ma da oggi potranno tranquillamente essere sovrapposti ad un nome e ad un cognome ben precisi: Roger Federer.

Lui che teoricamente dovrebbe essere una persona in carne ed ossa, ma che in realtà sembra tremendamente essere composto da sostanza divina. Magari chissà, in qualche religione politeista tutt’ora persistente nel più recondito luogo del pianeta esiste anche un culto dedicato a Roger Federer, il dio del tennis – non sentirei di escluderlo.

Da ieri, specialmente, viene da pensarlo più che mai, dopo che a quasi 36 anni ha vinto Wimbledon per l’ottava volta, staccando definitivamente Pete Sampras fermo a quota 7, e riaggiornato il conto totale degli Slam a 19.

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Un torneo dominato in cui non ha perso neanche un set, facendo sembrare il successo finale, in realtà meravigliosamente osceno, quasi normale. Ma a vedere giocare Federer sembra che effettivamente il tempo non sia mai passato e guardando il modo in cui giocava 10 anni fa – quando vinceva il 5° titolo consecutivo battendo Nadal ed eguagliando il record di Björn Borg – sembra che per certi versi oggi giochi anche meglio. Certo, non disputerà più tutti i tornei in calendario, ma se si pensa al fatto che quelli che gioca li vince, anche dopo pause di più mesi, la cosa non desta di certo meno stupore.

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E allora qual è la spiegazione? Semplicemente non c’è, o almeno, non ce n’è una razionale. Semplicemente si tratta di Roger Federer e quindi ogni cosa che lo riguarda è qualcosa che voi umani non potete neanche immaginare. Bisogna solo ammirarlo e goderselo fin quando avrà voglia di continuare a deliziarci gli occhi, senza farsi troppe domande.

Purtroppo nella finale con Marin Cilic non l’ha fatto – o meglio, potuto fare – come ci saremmo aspettati, complice un avversario in preda ai classici psicodrammi dati dalla non capacità di reggere la tensione di una finale a Wimbledon e ad un problema al piede. Ma di questo Roger non ha colpa, semmai la colpa è dei vari Nadal, Djokovic e Murray che tra uscite premature e noie fisiche varie non ci hanno permesso di assistere ad una finale maggiormente degna di questo palcoscenico.

E quindi Federer ha ringraziato, si è portato a casa lo Slam meno sudato della sua carriera per numero di game giocati (196), e continua il suo cammino irreale in questo 2017. Da gennaio ad oggi ha perso solo 2 partite (catalogabili per lo più sotto la voce “errori di distrazione”) contro 2 tennisti fuori dalle prime 100 posizioni del ranking (Donskoj e Haas) nei tornei meno importanti ai quali ha preso parte, per il resto solo vittorie e trofei con 2 Slam, 2 Masters 1000 e il 500 di Halle.

E potrebbe non essere finita qui, perché adesso arriva la stagione sul cemento americano per poi passare a quella indoor, in cui RF si trova discretamente a suo agio. Meglio non avventurarsi in voli pindarici e restare con i piedi per terra, ma un’eventuale vittoria anche a Flushing Meadows renderebbe, probabilmente, il 2017 di Federer l’anno più memorabile nella storia dello sport.

Ma d’altronde non c’è da stupirsi, quando si possiede il dono dell’immortalità tutto risulta più facile, no?

Fabrizio Como

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