Il caso Charlie Gard

Se qualcosa abbiamo ereditato dalla filosofia settecentesca e dalle grandi rivoluzioni del XVIII° secolo, è il principio del diritto alla felicità, intesa individualmente, che si declina in più diritti. Minimo comune denominatore è la tutela della libertà della persona, che lo Stato non può intaccare fino a che la legge non glielo permetta. Lo Stato di diritto tutela l’autonomia decisionale e la coscienza dell’individuo, senza imporre un modello di comportamento in maniera esplicita e coercitiva. Ecco perché quando si tenta di far collidere l’eutanasia legale con i diritti individuali, il problema è giustificare tale contrasto quando è la volontà del singolo individuo a richiedere l’eutanasia.

Il caso di Charlie Gard non è il solito caso di eutanasia. Alla sentenza della Corte Suprema Britannica, che ha ritenuto lecito interrompere le cure del piccolo Charlie, ha fatto seguito l’approvazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha considerato legittima la suddetta sentenza. Entrambe le corti sono concordi con i medici che hanno curato il bambino: ulteriori cure risulterebbero inutili e costituirebbero solo una maggiore sofferenza. Sono le istituzioni, quindi, a decidere della vita e della morte di una persona, non la persona stessa. La lotta per l’affermazione del diritto a morire, tanto agognato, adesso risulta praticamente invertita. Al centro il nucleo è lo stesso: la soggettività, il diritto di autodeterminazione. Autodeterminare la morte, da un lato, autodeterminare la vita, per mezzo dei genitori, dall’altro. Caso un po’ più spinoso quest’ultimo, dato che il povero bambino non può certo esprimersi. Che i genitori siano degli egoisti incapaci di andare oltre l’istinto genitoriale ed il loro amore viscerale? I genitori decidono. Ma anche no, perché pare che l’istituzione Europa si sia imposta a “salvaguardia” del diritto del bambino di non soffrire.

Se in tutto questo c’è un cambiamento epocale, esso va osservato nel grado di intensità con il quale istituzioni, come l’Europa o gli Stati nazionali, prendono decisioni etiche solitamente confinate alla sfera dei diritti individuali ed alla libertà di coscienza. Sarebbe complottista pensare ad uno stato etico-totalitario, sarebbe superficiale non rifletterci su. Perché la Corte Suprema Britannica ha deciso al posto della famiglia? Prevale il best child interest: le condizioni disperate del bambino possono condurre i genitori ad azioni contro l’interesse del piccolo che, in questo caso, è sottinteso, secondo la Corte è quello di morire.

Ma anche la sentenza più razionale possibile non toglie dalla mente l’inquietudine che procura uno Stato che non si limita più a mantenere l’ordine, ma che nel concreto decide ciò che è etico e ciò che non lo è. Certo, lo Stato come lo conosciamo non è esente dal giudicare e dall’effettuare giudizi di valore. Le costituzioni si basano su principi non modificabili che regolano la nostra vita anche da un punto di vista morale, ma è anche vero che lo Stato liberale al quale siamo abituati è uno stato tendente al liberalismo procedurale: uno Stato che non dà scopi nella vita, che non impone valori ma che si limita a conferire il diritto individuale di praticare i propri valori, nel rispetto della pacifica convivenza.

Allora dov’è il limite tra la nostra libertà di coscienza e il potere dello Stato, tramite lo strumento giuridico, di imporre una visione oggettiva di un caso etico?

Questione che si accompagna ad un altro interrogativo che verte sulle ipotetiche evoluzioni giuridiche che derivano da tale sentenza. In Gran Bretagna tale decisione ha di fatto prodotto un precedente che potrebbe diventare prassi, in un paese di common law dove la legge si adatta più facilmente alla realtà sociale. Cosa produrrà invece il verdetto della CEDU? Orienterà la produzione legislativa dei paesi europei?

Mattia Patriarca

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