Il giudizio italiano sul Plan Condor (parte 1)

Intervista ad Andrea Speranzoni sul processo di Roma e i legami tra America Latina e Italia

Le vicende del Plan Condor iniziano a snodarsi a partire dall’altro 11 settembre, quello del 1973. Si tratta del giorno in cui il palazzo de la Moneda di Santiago del Cile viene invaso dalle forze armate del generale Augusto Pinochet Ugarte, che già da tempo organizzava il golpe camuffandosi da uomo vicino a Salvador Allende. Vicino al Presidente democraticamente eletto, nel giorno del golpe militare si trovavano gli uomini del GAP (Gruppo di Amici del Presidente), una scorta col compito di garantire la sicurezza al Allende coordinata da un giovane ventiquattrenne di origini piemontesi: Juan Montiglio Murua. Prima di essere assassinato, Montiglio fu catturato l’11 settembre e torturato per due giorni. Dopo la fucilazione di Montiglio e di altri 25 membri del GAP e consiglieri del Presidente, i militari golpisti distrussero i loro corpi mediante il lancio di bombe a mano all’interno di una fossa comune che era stata fatta scavare dalle vittime.

Questa è solo una delle storie, la prima, che segna l’inizio dell’attuazione del Plan Condor. Parliamo di un’associazione per delinquere che si estrinsecava in rapporti di collaborazione multilaterale tra le intelligence di numerosi Paesi latinoamericani, tra cu l’Uruguay, il Cile, l’Argentina, il Paraguay e la Bolivia al fine di gestire simultaneamente la repressione contro qualsiasi oppositore bollato come marxista. A tessere le fila dell’organizzazione c’era il beneplacito degli Stati Uniti, una verità storica più che giuridica e contro cui si è recentemente scagliato il presidente boliviano Evo Morales, reputando il Nord America come principale soggetto a cui imputare la responsabilità del Plan Condor. Il golpe di Pinochet fu solo il primo di una lunga serie ed ebbe ripercussioni che travalicarono i confini sudamericani e raggiunsero anche l’Europa, Italia compresa. Alcuni degli attentati al centro dell’operativo Condor raggiunsero infatti il nostro territorio come nel caso di Bernardo Leighton a Roma nel 1975. Inoltre, l’idea di compromesso storico proposta da Enrico Berlinguer prese piede in concomitanza con la morte di Allende e con la fine violenta dell’esperimento democratico cileno. Tutto questo s’inscriveva, secondo quanto sostiene Andrea Speranzoni uno degli avvocati di parte civile del processo italiano sul Plan Condor, in una strategia economica di stampo neoliberista capace di sventare il “pericolo” di forme di governo alternative, in Sud America scongiurate con i regimi militari. Negli stessi anni in Italia si verificò la cosiddetta strategia della tensione, che ebbe come finalità quella di stabilizzare il Paese entro l’orbita atlantica mediante la destabilizzazione istituzionale. Non a caso dunque il Processo Condor che si è svolto nell’aula bunker di Rebibbia a Roma assume importanza sotto molteplici aspetti. Pur essendo spogliato della sua rilevanza politica a causa della distanza temporale dai fatti, è uno dei primi processi in cui dei Giudici si pronunciano sulle caratteristiche del Plan Condor. Questo giudizio ha suscitato a partire dalla sentenza del 17 gennaio un importante dibattito in America Latina e ha restituito giustizia a molti sudamericani di origine italiana ritrovatisi coinvolti e ad oggi ancora desaparecidos. Andrea Speranzoni, che si è già occupato di alcuni casi giudiziari sui crimini nazi-fascisti in Italia, ha difeso alcune delle vittime, cercando di scindere professionalmente il lato giuridico da quello umano ma, allo stesso tempo, riconoscendosi con il dolore delle vittime. Proprio per questo, come sostiene nell’intervista, non si può essere del tutto soddisfatti della sentenza. Le assoluzioni di alcuni imputati, come ad esempio il numero due della Dina, Pedro Octavio Espinoza Bravo, sono difficilmente comprensibili in quanto la maggior parte delle condanne arriva per la parte ideativa delle operazioni repressive, lasciando quella esecutiva quasi inesplorata. Inoltre, il Processo Condor evidenzia alcuni difetti sistemici del nostro sistema giuridico come l’assenza del reato di tortura, al centro di ogni testimonianza, ma assente nelle contestazioni formulate dalla Pubblica Accusa. A questo punto non resta che aspettare la motivazione della sentenza, e attendere dalla Procura la formulazione di un buon atto di appello. Su un altro piano delle cose si pone la memoria, importante, ma questione del tutto diversa dalla parola giustizia.

Marcia impunità Uruguay

Da dove è partito il Processo Condor

In termini investigativi incomincia nel ‘98-‘99 a partire da una prima querela di un parlamentare dei Verdi, Stefano Boco, che denunciò, sulla scorta dell’arresto di Pinochet a Londra, l’esistenza del fenomeno dei desaparecidos cileni di origine italiana. Si trattava dei primi quattro casi, oggetto del giudizio nel recente processo di Roma. Il primo fu quello di Omar Venturelli, militante del Movimento della Sinistra Rivoluzionaria cilena. A seguire, vennero sentite presso l’ambasciata italiana di Buenos Aires le vedove di Juan Montiglio Murua e di Juan Bosco Maino Canales. Seguì il caso dell’italocileno Jaime Donato Avendano, membro della direzione del Partito Comunista del Cile. I quattro casi cileni fanno dunque da apripista all’indagine romana. Si aggiungono poi le quasi contemporanee denunce della signora Cristina Mihura e della signora Aurora Meloni per i casi dei desaparecidos Bernardo Arnone e Daniel Banfi (il cui corpo venne ritrovato) e poi i casi uruguaiani. Nel 2007 ci fu la richiesta di custodia cautelare in carcere formulata dal PM Capaldo che riguardò 130 tra militari, vertici dei servizi segreti e della polizia cilena, argentina e uruguayana. Successivamente, a seguito della fuga dall’Uruguay di Jorge Troccoli e del suo arrivo in Italia, si aggiunse il filone di indagine su Troccoli. La richiesta di rinvio a giudizio è del 2012 e l’udienza preliminare inizia nel 2013. Qui si conclude la fase d’indagine. La fase del giudizio è iniziata sul finire del 2013 ed è arrivata fino a quest’anno.

Il nostro paese è stato quindi una sorta di precursore

Tutto parte dall’arresto di Pinochet a Londra ma in realtà il Paese che ha fornito il maggior contributo in termini di impulso è la Spagna, specialmente nella figura del giudice Baltasar Garcon. Certamente il nostro Paese, almeno in Europa, è precursore nell’aver dato il primo frutto in termini di sentenza sull’operativo Condor. In questo caso facciamo riferimento al fenomeno transnazionale che ha operato tra il ‘72-‘73 e la metà degli anni ’80 e non solo ai desaparecidos. Un processo analogo sul piano Condor è stato celebrato in Argentina, dove un giudice per la prima volta ha definito l’operativo Condor come associazione per delinquere finalizzata al sequestro qualificato di cittadini argentini e latinoamericani. Il processo italiano si distingue tuttavia da quest’ultimo perché non si è processato per associazione a delinquere ma per concorso in omicidio in relazione a un numero di casi estremamente ampio che ha riguardato imputati peruviani, boliviani, uruguayani, e cileni per operazioni bilaterali compiute in Brasile, Argentina, Uruguay e Cile. Quest’unicum è tanto una forza quanto un limite perché processare a quaranta anni di distanza su fatti complessi, operazioni di intelligence criminale soggette a deroghe amministrative e ad ovvie difficoltà di acquisizione documentale, implica l’affrontare un processo dove l’esperienza giudiziaria è molto difficile da costruire. Ora siamo a una sentenza di primo grado con 8 condanne alla pena dell’ergastolo; di queste 3 riguardano i vertici militari peruviani, 2 i vertici politico-militari boliviani, 2 militari cileni e uno il vertice politico uruguaiano. Tuttavia, ci sono anche numerose assoluzioni, la più parte delle quali riguardano i militari uruguayani imputati. Questa è la parte della decisione che colpisce di più e che con maggior forza andrà contrastata in appello.

Vittime Plan Condor

Queste sentenze quindi evidenziano dei problemi strutturali, come l’assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento

I problemi strutturali del processo sono tanti. Dovendo definire in modo categoriale le problematiche: non abbiamo processato per il reato di tortura perché non presente nel nostro ordinamento è la norma incriminatrice ma, a distanza di migliaia di chilometri e decenni, abbiamo tentato in via suppletiva una giustizia di transizione che non è propria del nostro Paese. Diviene nostra in virtù dell’applicazione dell’articolo 8 del codice penale che permette il giudizio in Italia con vittima italiana all’estero. Va da sé che la giustizia italiana non può pensare di sostituirsi a modelli di giustizia di transizione che per esempio in Cile e in Uruguay hanno seguito percorsi tormentati e problematici. Il processo di Roma si è avvalso di prove acquisite a Montevideo o a Santiago del Chile o in Perù e quindi è inevitabile che la base investigativa seguita dal magistrato italiano sia stata quella proveniente dal Paese dove i fatti si sono svolti.

Le condanne

Analizziamole per punti queste condanne, pur non avendo ancora una motivazione. La sentenza di Roma per il primo grado ha un’importanza fondamentale per il caso Montiglio e per il giudizio sul Piano Condor. Il caso Montiglio è quello che giudica 3 imputati e riesce a condannare il capitano Ahumada Valderrama come subordinato al comandante Ramirez Piñeda. Originariamente in quel capo di imputazione c’erano anche Pinochet, il generale Merino, l’ammiraglio Leigh, e il generale Victor Arellano Stark, ovvero il vertice del golpe in Cile. Condannare Valderrama significa dare fondamento di responsabilità di tutti agli assassini delle 26 persone del GAP che tutelava Allende. Questo processo non c’è mai stato in Cile né in nessun’altra parte del mondo quindi, possiamo dire, che il processo italiano è il primo al mondo per ciò che riguarda casi di omicidio di persone catturate nel corso dei fatti dell’11 settembre del ‘73 per il reato d’omicidio. È stato celebrato solo un processo precedente in Francia, nel 2010, che ha riguardato una persona sequestrata e morta assieme a Montiglio, ma non per omicidio, bensì per sequestro qualificato. E infatti quel processo, per il caso del medico Georges Klein si è concluso con delle condanne anche nei confronti di Valderrama ma al massimo di 20 anni e non a pena detentiva perpetua. Ciò ha quindi un’importanza fondamentale per la famiglia di Montiglio, per il GAP del Presidente Allende e più ampiamente perché fornisce un giudizio di responsabilità penale (quella storica c’è già) sul golpe. Esisteva ed esiste ancora a Santiago un’indagine in corso dal 1990 e all’interno di questa abbiamo il verbale del reo-confesso ed esecutore materiale dell’omicidio di Montiglio che si chiama Herrera Lopez Iván poi acquisito come fonte di prova a Roma. Questa fonte di prova, riversata nel processo italiano, proviene dalle indagini di Santiago. In Cile esiste un livello di giustizia su questi crimini molto avanzato, che è secondo solo all’Argentina e i Giudici cileni hanno pronunciato un buon numero di sentenze sui cosiddetti crimini di lesa umanità. Certamente, la vicenda dell’11 settembre non è arrivata a un giudizio. Il perché dovrebbero dirlo i politologi. Forse perché aver scardinato il progetto di Allende è un qualcosa che crea un problema politico in Cile in quanto mette in gioco ciò che ha preceduto il golpe, le relazioni con il Nord-America e la premessa politica del golpe. Esiste la difficoltà di fare i conti con l’episodio che ha cambiato il destino cileno, quello dell’America Latina e in parte anche il nostro se pensiamo a quando nasce l’idea di compromesso storico di Berlinguer.

Il secondo caso di importanza fondamentale è quello di Omar Venturelli che aveva avuto un unico processo a Roma conclusosi con un’assoluzione circa 7-8 anni fa. La condanna di Ramirez Ramirez come comandante militare dell’intera regione di Temuco colpisce verso l’alto la responsabilità perché in quel capo d’imputazione sono state assolte 4 persone, i torturatori, ma almeno a livello di sentenze Roma ha riconosciuto e ritenuto provata la presenza della carovana della morte in Cile e a Temuco. L’azione di questo gruppo criminale era finalizzata all’eliminazione degli esponenti del Mir (Movimento di sinistra rivoluzionaria). Per il Cile arrivano, e resto stupito per questo, le assoluzioni di Espinoza Bravo, il numero due della Dina cilena per i casi di Maino e Donato che io difendo (rispettivamente la sorella di Maino e il Partito Comunista Cileno). Ritengo che la prova di concorso e di sequestro in omicidio per Espinoza Bravo fosse e sia pacifica nei limiti in cui è possibile provare un concorso in omicidio in cui non esiste in nessun caso un ordine scritto di assassinare qualcuno. Per i casi in questione eravamo tuttavia riusciti a provare: il ruolo di Espinoza Bravo all’interno della DINA cilena spiegando tutti i meccanismi di funzionamento di tale struttura repressiva, il ruolo che lui aveva nello specifico nel maggio del ’76, il periodo in cui sono avvenuti gli omicidi di Maino e Donato e dell’intero comitato centrale del PCCh, che esisteva un piano di eliminazione dei vertici di questi partiti politici, che questo piano è stato eseguito e compiuto, che dal gennaio del ‘76 al dicembre del ‘77 Espinoza era capo del reparto operazioni della DINA in Cile, che il comandante del reparto delle operazioni sovrintendeva all’esecuzione della guerra politica interna con i partiti messi fuori legge dal regime, che sovrintendeva a tutti i centri clandestini di Santiago e delle altre regioni del Cile, che Maino e Donato sono finiti entrambi a Villa Grimaldi (dove Maino muore, Donato muore invece a Santiago) e che Espinoza Bravo era stato un anno e mezzo prima al vertice interno di Villa Grimaldi, dunque sapeva cos’era il centro clandestino di tortura di Villa Grimaldi e cosa lì avveniva. Quindi pur non avendo raggiunto la prova della cosiddetta “pistola fumante” nelle mani dell’imputato, abbiamo raggiunto quella di concorso nel fornire mezzi e intelligenza, strumenti per organizzare le torture, e per assassinare. Leggeremo perché lo hanno assolto.

Se devo fare una previsione, e non credo di sbagliarmi, tranne per il caso di Montiglio dove la c.d. pistola fumante c’era quindi non si poteva non condannare l’imputato (c’erano inoltre vari testimoni per tale omicidio), gli altri 7 condannati sono dei vertici politici che hanno ideato e pianificato il Plan Condor. Sono vertici più politici che esecutivi.

Alessandro Leone

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