Il Divin Marchese

La sua opera è una miniera per artisti, antropologi, psicanalisti, criminologi e libertini. Ha mostrato al mondo e alla Francia il lato oscuro del desiderio e della Rivoluzione. Ha ricreato la visione della sessualità come dominazione e schiavitù, portato il discorso morale dei philosophes del Settecento all’estremo ma soprattutto in negativo. Negava Dio, la società, la morale. Vedeva nell’uomo una versione raffinata della mostruosità, della bestia.

sade2.pngDonatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814), conosciuto come “Marchese de Sade”, secondo la leggenda discendente di Laura de Noves, musa del Petrarca, è uno degli intellettuali più importanti ma anche uno dei meno letti della storia europea. Respingente e prismatico nella sua complessità, s’innesta sull’altra riva del pensiero francese per intenti e concetti.

La sua opera appartiene ad un momento cruciale del pensiero libertino: dapprima sinonimo di fermento laico, il libertinaggio diventa stile di vita legato al sesso, al vizio, alla ricerca del piacere e non semplicemente come scetticismo della mente elevato a sistema. Il sesso e la violenza, la trasgressione e il Male in Sade vengono concepiti come principi non già della società ma della Natura stessa.

La virtù altro non è che un’edulcorazione ed una menzogna: è una via per stornare l’uomo dalla bestialità, dall’orgoglio, dall’istinto che invece sono gli unici modi per sopravvivere al mondo. L’industria sadiana è giocata con la carta del delitto e della sopraffazione ma si hanno delle sfumature da cui non si può prescindere nel comprendere il Marchese: il male per Sade è naturale anche perché permesso dal silenzio della Natura, che si baserebbe unicamente sulla distruzione.

Eppure la Natura stessa, insensibile alle sue creature, crea per il piacere cieco di distruggere. L’uomo, tenuto nella menzogna della morale, non abbraccia questo aspetto totalizzante della vita, la quale altro non può essere che un costante attentato alla Creazione. Il concetto di Dio è abolito ma non di meno l’oltraggio verso l’anima ed il metafisico sono costanti, fatti apposta, come fa notare l’antropologo Georges Bataille, per cercare una risposta, un urlo da parte dell’Altro, dell’Assoluto.

L’uomo sadiano dei suoi romanzi è un libertino all’estremo e non concependo nient’altro che il suo Io, crea la messinscena del piacere, nella gioia della fustigazione, come regista-attore, come uomo che è sia dentro di sé che fuori di sé. Lui vuole il mondo a sua immagine ricercando in fondo l’oblio e l’inorganico, in un sonno senza sogni.

Il sonno è un’altra sfumatura delle sue opere, soprattutto per l’uso di un linguaggio classico, ricalcato dallo stile più diffuso dell’epoca, fatto di sofismi, eleganza, che poi spiazza nello squarciare il tenore del suo parlato con immagini trancianti di dolore spesso narrate in prima persona dalle vittime. Dall’altro lato si possono altrimenti avere le intenzioni dei libertini assoggettatori, rigorosamente belli e perversi oppure abbietti e grotteschi.

sade1.pngLa donna in Sade è poi accettata come immagine della perversione totale: coniuga quindi l’emotività con cui lo scrittore le caratterizza al gusto del raziocinio perverso e crudele dei suoi contraltari maschili. In questo modo, si ha un doppio oltraggio alla creazione: lei rifiuta i concetti di purezza e maternità della società ed assume delle caratteristiche camaleontiche, in bilico tra i fascino femminile e la perversione, l’indefinitezza androgina.

Le altre donne, quelle virtuose, sono viste come vittime, come oggetti del desiderio, punite dai fatti e dalla natura stessa delle cose. Come d’altronde si vede nel suo romanzo più famoso, Justine.

Un uomo ed uno scrittore d’importanza epocale come lui non potevano far altro che ispirare i successori. Nel Settecento francese a lui si preferirono Voltaire (il che è più che comprensibile) e Rousseau (che è accettabile solo come malattia e scoria di un epoca). Ispirò non solo un antropologo della statura di Bataille ma anche i surrealisti (Dalì, Buñuel soprattutto), Apollinaire, Yukio Mishima, Carmelo Bene, Peter Brook, il regista Jan Svankmajer. Creò un ambiente underground della sessualità tuttora sdoganato.

Per chi volesse entrare a conoscenza della sua opera, si consiglia la lettura di Dialogo tra un prete ed un moribondo, Justine, Le 120 giornate di Sodoma (da cui è stato tratto uno dei più importanti film di Pasolini).

Antonio Canzoniere

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