Il signore dell’anello

38, 33, 31, 35, 39. 56% dal campo di media, 47% da tre punti. Sono questi i numeri irreali con i quali Kevin Durant si è letteralmente impossessato delle NBA Finals 2017 e del titolo di MVP.

Se Golden State oggi festeggia il suo secondo titolo in tre anni, buona parte del merito è di questo giocatore fenomenale, che l’estate scorsa ha mandato in subbuglio una città intera (Oklahoma City) per la sua scelta di unirsi alla causa dei Warriors, con tanto di magliette bruciate ed insulti di ogni genere, ma che alla fine ha avuto ragione, conquistando il primo anello della sua carriera al suo primo anno nella baia.

Facile, direte (e dicevano i detrattori), quando vai ad accasarti nella squadra con il record di 73-9 ed in cui militano già 3 all-star del calibro di Curry, Thompson e Green. Vero, verissimo, ma poi bisogna fare i conti con la professionalità di un giocatore, con la voglia di vincere e di prendere la decisione migliore per la propria carriera. Da questo punto di vista la scelta di Durant è stata inoppugnabile.

Ed oggi KD è campione, ha avuto ragione; l’assordante silenzio dei suoi “nemici” non fa altro che testimoniarlo.

C’è già chi ha parlato della fine dell’era di James e dell’inizio di quella di Durant. Questo francamente sembra quantomeno azzardato, soprattutto dopo che LBJ ha appena chiuso le Finals con una tripla doppia di media, ha sorpassato Magic Johnson per numero di triple doppie all’ultimo atto (9) e ha dimostrato che a 32 anni e con il fisico disumano che si ritrova può continuare anche fino a 45 (se vuole).

Altrettanto vero, però, è che se 12 mesi fa, sullo stesso parquet, un Prescelto in lacrime urlava al mondo: “Cleveland, this is for you” a coronamento della sua ultima fatica, oggi non ha potuto fare altro che dirigersi verso il ragazzo con la maglia bianca ed il numero 35 sulle spalle, complimentarsi e poi abbandonare mestamente il terreno di gioco. L’attore protagonista questa volta non era lui.

Per capire appieno la legacy di Durant in questa serie basta in realtà un attimo, una sola, simbolica, giocata. Gara 3, Quicken Loans Arena, manca meno di un minuto alla sirena finale e i Cavs conducono per 113-111; KD riceve palla, avanza in transizione e spara la tripla in faccia a LeBron, bang! Vittoria Golden State, 3-0 nella serie e game over. In quell’esatto momento i padroni di casa hanno capito che non sarebbero riusciti nella stessa impresa dell’anno prima, hanno capito dove stesse tutta la differenza.

Kyrie Irving in sala stampa dirà: “solo Kevin Durant poteva segnare un tiro del genere a 45’’ dalla fine” con un sorriso amaro e rassegnato al tempo stesso.

LeBron stesso al termine di Gara 1, alla precisa domanda su cosa lo avesse impressionato di più, rispondeva: “KD”.

Naturalmente Golden State si è laureata campione anche grazie allo straordinario lavoro difensivo di Thompson su Irving, alla solita energia inesauribile di Green, alle giocate preziose di Iguodala, al contributo sempre determinante di Steph Curry e anche al supporto dei gregari. Ma più in generale ha dimostrato di essere una delle squadre più forti e meglio assortite che si siano mai viste, anzi in questo senso i paragoni già si sprecano.

Ma su chi sia il vero signore di questo anello non ci sono dubbi, la sua maglia è biancoblu, il suo nome è Kevin Wayne Durant.

Fabrizio Como

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