Lezioni d’amore di duemila anni fa

Ci sono momenti e categorie della cultura occidentale che ancora oggi viviamo profondamente: in maniera inconscia, ci avviciniamo ancora all’infanzia con gli occhi di Pascoli, all’antipatia con quello della poesia giambica greca, a Dio con lo sguardo di Dante. È in questi casi che si ha la riconferma di un capolavoro letterario: sono dei classici quelle opere che ci influenzano senza che neanche ce ne accorgiamo, senza averle mai lette: è in questi casi che continua a vivere lo spirito della grande letteratura.

Per una delle passioni più letterarie che esistano, l’amore, abbiamo recepito dei modelli contrastanti: da un lato ricorriamo al corteggiamento stilnovistico, della donna (o dell’uomo!) angelicati, dell’elevazione spirituale e della sublimazione della passione. Molto più spesso, però, ci barcameniamo, volenti o non, tra quelle che gli antichi chiamavano “le briglie d’oro di Afrodite” seguendo Ovidio.

thumbnail_venere.jpgIl poeta di Sulmona (43 a.C-17 d.C) è tra i massimi autori dell’età augustea insieme a Virgilio e Orazio, e proprio quest’anno vede la ricorrenza del bimillenario della sua morte: è un bel tributo quello di riflettere su quanto ci ha lasciato, quanto quello che ha scritto sia ancora vivo oggi, e perché si ricordi a distanza di duemila anni ancora il suo nome. Ovidio piace un po’ a tutti i liceali: dopo la poesia delle alte idealità di Virgilio e Orazio è una ventata di aria fresca, che forse troppo spesso si immagina di non poter ritrovare tra i banchi di scuola. Studenti di 17-18 anni si ritrovano a contatto con un tale Publio Ovidio Nasone che già dal nome sta simpatico: e scoprono la sua vita scintillante da galantuomo, tra i raffinati divertimenti di Roma, la facilità e la freschezza della sua poesia, la grazia canzonatoria con cui sorride all’amore. Un amore che non è certo quello appassionato e ostinato di Catullo: è un gioco di scaramucce, galanterie, assalti e ritirate quello che Ovidio insegna nell’Ars amandi, vero e proprio manuale di conquista per entrambi i sessi: un libro che passa di mano in mano, che fa dell’autore un fenomeno letterario, e che in ultimo gli costerà l’esilio a Tomi, sul mar Nero (oggi in Romania), per l’arditezza della sua poesia troppo in contrasto con il programma morale portato avanti da Augusto.

Ma prima dell’esilio, dell’amaro lamento che l’autore riversa nelle Epistulae ex Ponto e nei Tristia, Ovidio dà voce a tutto il tourbillion dell’esistenza umana: a come amare, nell’Ars amandi, ingannando chi a sua volta ci inganna, e a come smettere di amare, nei Remedia amoris: perché, sembra insegnare l’autore, non fa mai troppo bene essere eccessivamente idealisti.

Ancora, Ovidio è autore di un piccolo gioiello poetico incompiuto, i medicamina faciei thumbnail_pompei.jpgfeminae: un trattato sulla cosmesi, che anticipa di duemila anni l’età dei beauty guru su youtube. E ancora, rimanendo dell’ambito dell’universo femminile, le Heroides sono una delle opere più interessanti: una serie di ventuno lettere immaginarie che le eroine del mito inviano ai propri amanti; Elena scrive a Paride, Penelope ad Ulisse, Ero a Leandro, in un’opera che, se anche è ardito chiamare manifesto femminista, sicuramente è un meraviglioso omaggio al genere femminile.

Ma non si renderebbe giustizia ad alcun autore ricordando solo le fatiche minori. Ovidio è autore anche di grande poesia impegnata, quella dei Fasti e delle Metamorfosi: il primo è un poema incompiuto sulle festività del calendario romano; il secondo è un opera monumentale, in cui Ovidio ripercorre, connette, separa, rielabora tutti i miti di trasformazione della mitologia, da Apollo e Dafne a Ermafrodito.

Cosa ci rimane oggi di Ovidio? È uno di quegli autori che continua a vivere nella cultura
moderna, senza neanche accorgercene. Ogni volta che si calibrano le parole da rivolgere ad un ragazzo o una ragazza, che si sceglie come vestirsi per un appuntamento, come provocare piccole gelosie, acconciarsi i capelli, si ricorda inconsapevolmente Ovidio. Ogni volta che si sfida la morale un po’ troppo consolidata, che non ci si prende troppo sul serio nelle sciocchezze d’amore, si mettono in pratica gli insegnamenti dell’Ars amandi. Quell’amore che è fieramente con la “a” minuscola, che pretende di essere cosa da poco, una leggerezza di cui rimane solo il ricordo. L’amore che Ovidio fa vivere tra i portici e il foro, nel circo e nelle cene, in cui pulsa tutta la varia umanità di una Roma a cavallo tra due secoli, che strappa un sorriso a chi, la tre pagine, ne scorge tutto il brulichio.

“Vidi quae gelida madefacta papavera lympha

contereret teneris illineretque genis”

“Ho visto una donna che pestava e applicava sulle tenere

gote papaveri, fatti appassire nell’acqua fredda”

(Medicamina vv. 99-100)

Lorenzo Pizzoli

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