Don PSOE e Sánchez panza

Pedro Sánchez batte la favorita Susana Díaz e l’altro candidato Patxi López, aggiudicandosi così la segreteria del Partito Socialista iberico. Ora la sfiducia al governo dei Popolari?

Pedro Sánchez ritorna alla guida dei socialisti iberici con circa 15 mila voti e quasi dieci punti percentuali sopra la rivale strafavorita, la presidentessa della comunità andalusa, Susana Díaz. Quest’ultima si è vista dunque tradita dagli “avales” pre-elettorali che con 6.500 firme di vantaggio l’avevano messa in prima posizione nei sondaggi relativi alle primarie svoltesi domenica 21 maggio.

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Grande affluenza tra i militanti: quasi 200mila iscritti si sono recati alle urne per decidere la nuova guida di un partito in rovina sino a qualche mese fa. Ora la nuova sfida: riportare unità, lealtà e integrazione, proprio come promesso da tutti e tre i candidati per tutta la campagna congressuale. Dunque Susana Díaz subisce una grande sconfitta, paga un atteggiamento dispotico e duro che l’inverno scorso l’aveva spinta a promuovere la cacciata di Sánchez dal partito.

“Oggi non finisce proprio niente, oggi inizia tutto. Vogliamo creare una organizzazione nuova. Siamo pronti a lavorare seguendo il risultato delle urne, a fare del PSOE il primo partito di sinistra del Paese, la mia sfida rimane quella di unire il partito.” Questo il messaggio del vincitore al termine della serata di domenica che lo ha riportato in cima a quello che deve necessariamente tornare ad essere con forza il primo partito antagonista del governo popolare. Un governo sempre più in crisi, ve lo avevamo raccontato la settimana scorsa, per via di continui scandali di corruzione che stanno lacerando il partito di centrodestra di Mariano Rajoy. Rajoy che qualche mese fa era riuscito dopo ben tre tornate elettorali a formare un esecutivo forzato grazie all’astensione proprio dei socialisti, allora seguaci della governatrice di Andalucía.

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Sánchez, domenica sera, si è rivolto ai militanti progressisti che hanno creduto ancora in lui, ribadendo con forza che “la sinistra è qui”, in riferimento al suo partito, ai suoi votanti, a chi è pronto ad attivarsi per riportare il PSOE in cima al panorama politico spagnolo.

Ora, tra i tanti temi, uno dei primi scogli da superare sarà decidere concretamente il tipo di rapporto da instaurare, se sarà da instaurare, con Podemos e il suo leader Pablo Iglesias. Prima di essere portato alle dimissioni il neosegretario socialista aveva già provato a creare un’alleanza per arrivare ad un governo di sinistra e scacciare così il pericolo di un ennesimo governo di minoranza come quello attuale. Nella campagna che lo ha portato a questa vittoria, però, vi avevamo già anticipato giovedì scorso,  il programma sanchista o sancheziano che dir si voglia parlava e parla tutt’ora (vedremo quanto e come sarà messo in atto) di progressismo in generale, senza fare più esplicito riferimento ad un legame con la forza apartitica(?), rivoluzionaria(?) di Podemos. E oltretutto i ripetitivi ed insistenti slogan acclamanti il ritorno del vero partito socialista, della vera militanza e di una forza di sinistra indipendente ed integrale, possono rappresentare i sassolini nella scarpa che dovrebbe accogliere i pugni chiusi del PSOE e le grida dei podemisti.

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E mentre la Catalogna fatica a promuovere il processo indipedentista, vista l’alta percentuale popolare (61%) contraria al decentramento unilaterale, chissà che la proposta federale di Pedro Sánchez non possa essere solo il primo passo di un prossimo futuro scenario politico a tinte rosse per quella che fu la terra di Don Chisciotte e Sancho Panza.

Mauro Giansante

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