United with Manchester

Ovvero: perché l’attentato alla Manchester Arena è segno che la lotta fra integralismo islamico e libertà non è ancora vinta.

Dopo Parigi, Saint-Denis, Bruxelles, Nizza, Monaco di Baviera, Berlino, San Pietroburgo, Londra stavolta è a Manchester. Durante un concerto della popstar Ariana Grande, idolo di molti adolescenti europei ed americani, una misteriosa, solo per i più cauti, esplosione toglie la vita a ventuno persone, che periscono sul colpo, e la complica a sessanta, che sono ancora gravemente ferite. Non è un guasto tecnico e non è nemmeno la calca. È l’ennesimo attacco del fondamentalismo islamico alla vita quotidiana dell’occidente. L’ultima e confusionaria versione della polizia britannica parla di un kamikaze che, imbottito di esplosivo arricchito con chiodi e altre ferraglie, si sarebbe fatto esplodere nel foyer: un affollato spazio compreso fra le biglietterie e la sala vera e propria che può contenere più di ventimila persone. L’assassino compie il suo dovere. Si fa saltare in aria e il panico dilaga. Un’intera curva dell’arena si svuota per riversarsi verso l’uscita creando un autentico tsunami umano. La ressa è stata talmente violenta da non aver consentito alle forze dell’ordine, nemmeno stamattina, di rintracciare dodici ragazze e ragazzi ancora dispersi. Le stesse autorità che, per un’infinità di motivi alcuni dei quali anche comprensibili, hanno preferito non etichettarlo come attentato, nemmeno davanti agli inequivocabili e angoscianti video condivisi su Twitter.

Britain Ariana Grande Concert Blast

È il più sanguinoso attacco terroristico di cui è vittima la Gran Bretagna da quasi dodici anni. Nel luglio del 2005 la lucida e spietata follia del terrorismo islamico, all’epoca era Al Qaeda, falciò le vite di oltre cinquanta persone, fra cui la nostra compatriota Benedetta Ciaccia, seduta in metro accanto all’attentatore Shezad Tanweer. Sono passate solo poche settimane da quando il folle, cocainomane, depresso, ma soprattutto estremista musulmano Khalid Masood ha tentato di far morire quante più persone all’ingresso del Parlamento, ai piedi del Big Ben. Il Regno Unito è rattristato, scosso, ma non sorpreso. Da tempo gli inglesi, soprattutto londinesi, sono stati costretti ad imparare a vivere con la costante minaccia del terrorismo di matrice islamica. Come una torturante goccia cinese, il premier Theresa May ricordava “Not if, but when!”. E quello del “non è se, ma quando” è un mantra cui ci aveva abituato François Hollande, guida della nazione più colpita degli ultimi anni, e a questo inaccettabile memento explosi si sono uniti tutti i leader europei, compresi i nostri. La minaccia è presente, costante e crescente ed è giusto ricordarlo sempre. Prima agivano in gruppi molto ben organizzati, come l’efficiente cellula “belga” di Verviers. Le abbiamo sgominate, sono passati ai kamikaze solitari. Abbiamo tolto loro l’esplosivo, sono passati ai camion. Abbiamo garantito la sicurezza con delle barriere e sono passati all’arma bianca. È chiaro che non è un problema di armi, ma di persone. La May direbbe “Not how, but who”. Ecco perché è necessario, ora più che mai, che l’obbligato momento di cordoglio alle vittime e ai loro familiari non sia solo un minuto di silenzio, come quello osservato al Festival di Cannes, ma sia un preludio all’azione.

Manchester 2

Agire con ogni mezzo contro ogni persona che minacci la nostra quotidianità, che è il frutto di secoli di civilizzazione, progresso e libertà, è necessario ed urgente. Certo, intensificare le azioni, magari coordinandole anche con la Russia, può portare ordine in Medio Oriente, ma è evidente che il pericolo è già qui. Bisogna agire qui perché è qui che questi assassini si armano e ci uccidono. Ripensare completamente i nostri modelli d’integrazione per le nuove generazioni, magari rendendoli meno accondiscendenti e più inclusivi, è un primo passo. Evitare di impostare la snervante equazione immigrato=terrorista è un secondo passo. Garantire in modo irreprensibile la sicurezza dei luoghi affollati è un terzo passo. Controllare inflessibilmente i centri dove proliferano le metastasi dell’integralismo islamico è un quarto passo. Il cammino è dunque lungo, in parte avviato, ma spetta anche a noi sostenerlo. Imparare a convivere con le minacce di questo tipo di gente significa sottostare alla loro inammissibile crudeltà. E ciò non è degno della civiltà della quale noi siamo eredi e, quindi, custodi. Ricordiamo, dunque, le giovani vittime di Manchester non soltanto con il pensiero, ma con l’azione. Ricordiamo ciò che siamo, difendiamo ciò che siamo, restiamo sempre ciò che siamo. Liberi, noi.

Andrea Bonucci

(@AndreaBonucciUE)

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