SCATOLONE DI SABBIA

Dopo trent’anni di colonialismo italiano, dieci di protettorato anglo-francese, dieci di monarchia, cinquanta di dittatura e cinque di guerra civile, in Libia sembra concretizzarsi la speranza della pace. Il 2 Maggio infatti si sono incontrati ad Abu Dhabi il presidente Fajez al-Serraj, a capo del governo di Tripoli, e il generale Khalifa Haftar, comandante in capo dell’esercito della Cirenaica e garante de facto del parlamento di Tobruk, per discutere del futuro eventuale processo di transizione politica che dovrebbe portare alle elezioni generali nel 2018. Sin dalla fine della guerra civile nel 2012, che portò alla fine del regime di Muhammar Gheddafi, il Paese nordafricano è rimasto diviso in due parti, ciascuna rappresentata da un parlamento diverso e ostile all’altro e con disegni politici nazionali e internazionali ben diversi: Il parlamento di Tripoli è guidato da un esecutivo formato nel marzo 2016 da al-Serraj e internazionalmente riconosciuto dall’ ONU, secondo l’accordo di Shkirat, sostenuto diplomaticamente anche da Italia, USA e UK. Controlla la Tripolitania, la regione più occidentale e da cui partono gli sbarchi dei clandestini africani.

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Il parlamento di Tobruk è guidato dal primo ministro Abdullah al-Thani ma posto sotto l’egida del generale Haftar, ex ufficiale del regime di Gheddafi e uomo forte della Cirenaica, la regione orientale assai ricca di giacimenti petroliferi, sponsorizzato dal sostegno di Russia e soprattutto Egitto: quest’ultimo infatti è il principale fornitore di armi del generale e suo primo interlocutore internazionale, dato l’interesse del dittatore al-Sisi per le grandi risorse energetiche nell’est del Paese.

Un primo tentativo di incontro tra le parti risale al Febbraio di quest’anno, quando Haftar ha rifiutato all’ultimo di incontrare Serraj in un summit al Cairo, con grande imbarazzo di al-Sisi, episodio evidentemente richiamato all’ordine anche dai sostenitori emiratini, i quali si sono aggiunti al coro del rimprovero riorganizzando quindi il colloquio del 2 Maggio. In tutto questo contesto è da osservare quanto sia stato esilarante il comportamento diplomatico dell’Italia nei confronti del teatro libico: prima l’appoggio alla guerra contro Gheddafi andando contro i propri interessi strategici ed economici e favorendo invece quelli francesi e inglesi, poi il sostegno a un leader più virtuale che reale come Serraj, sì presentabile e moderato, ma sprovvisto del carisma e del consenso popolare di cui è dotato invece Haftar, quindi del potere effettivo di applicare le politiche di ristabilizzazione necessarie, forse più adatto come presidente di transizione che di lungo corso. Due fallimenti successivi che pregiudicano l’autorità e la reputazione dell’Italia in politica estera come testimoniato anche dai casi Marò e Giulio Regeni.

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A tutto ciò si somma anche l’emergenza migranti, il cui controllo è praticamente inesistente da parte delle autorità di Tripoli, le quali possono far affidamento unicamente sulle milizie di Misurata per avere influenza sul territorio controllato, milizie probabilmente coinvolte nei traffici dei migranti che avvengono proprio tra la costa occidentale e l’Italia. La soluzione appare dunque solo la convocazione di nuove elezioni, anche se era trapelata un’ indiscrezione che voleva Serraj consenziente alla nomina di Haftar come capo di un esercito libico unificato insieme al presidente di Tobruk e se’ medesimo, nonostante sembri inverosimile che i colleghi di Tripoli possano digerire il fatto che il potere militare (che in Libia significa anche il potere assoluto) possa concentrarsi nelle mani di due membri su tre del parlamento avversario. Bisogna considerare inoltre la possibilità che le nuove elezioni possano decretare vincitore un elemento nuovo e diverso rispetto ai già citati Serraj e Haftar, il primo sprovvisto di autorità, il secondo ormai vicino ai 75 anni, e quindi che tra i due litiganti un terzo goda, magari dotato sia della rispettabilità politica che militare, ma anche riconosciuto internazionalmente da tutti, Italia compresa.

Francesco Iasevoli

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