TUTTI I MISSILI DEL PRESIDENTE

Panmujeon, confine tra le due Coree. Le guardie di frontiera del Sud fissano i loro colleghi del Nord attraverso le lenti dei loro Reyban rimanendo immobili. Le guardie di Pyongyang si limitano a osservare il palazzo che sta loro di fronte con i vetri oscurati, ricambiando ogni tanto qualche occhiata seriosa. Potrebbero anche avere qualche grado di parentela in comune, uno zio, un cugino, un nonno, ma ciò non cambierebbe il persistente senso di tensione e disprezzo reciproco che i coreani del sud e del nord vivono da ormai più di sessant’anni.

Risale infatti al 1953 l’armistizio che pose fine alla guerra durata tre anni tra le forze ONU, guidate dagli USA, e la coalizione comunista, guidata dalla Cina. Non un vero trattato di pace però, tanto che le due parti, soprattutto il nord, si ritengono ancora in conflitto, rivendicando ciascuna la legittimazione a riunificare la penisola sotto la propria forma di governo. Da allora due sorti ben diverse hanno accompagnato la vita dei due Stati: il nord è tuttora guidato dalla dinastia Kim, vertice della dittatura totalitaria animata dai principi della Juche, un’ideologia basata su un sistema marxista-nazionalista mirante al controllo capillare della vita dei cittadini attraverso un ritmo quotidiano militarista e una propaganda onnipresente, il sud invece è una repubblica democratica con un indice di sviluppo umano tra i più alti al mondo, oltre che una potenza industriale consolidata come testimoniato dal successo di marche come Samsung, LG e Hyundai.

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E’ di pochi giorni fa la notizia che la portaerei americana Carl Vinson è approdata nel mar del Giappone come deterrente contro eventuali test balistici che Pyongyang potrebbe effettuare in seguito ai festeggiamenti del compleanno del “caro leader” Kim Il-sung, elevato a festa nazionale. Il timore di Washington è che il regime insista nello sviluppo del programma nucleare e che esso possa comprendere testate atomiche in grado di raggiungere il territorio degli Stati Uniti, non essendo dunque solo un pericolo per l’area circostante, ma anche per l’America stessa. Sin dal 2006 la Corea del Nord attua questo tipo di test, contando più fallimenti che successi come dimostrato il 30 Aprile, quando un razzo Kn-17 è esploso poco dopo il lancio, ma che tuttavia le hanno consentito di sviluppare una decina di testate e quindi il potere di ricatto contro un’ eventuale invasione da parte dei vicini del sud e dei loro più stretti alleati,ovvero USA e Giappone. Numerose sono state le sanzioni e le condanne della comunità internazionale, fatta eccezione della Cina, vaga e discreta nel pronunciarle, distratta nell’applicarle.

Certo è che il filo economico che alimenta il sistema nordcoreano passa proprio per il Dragone, unico alleato nonché unico tramite per interloquire col paffuto dittatore. E’ negli interessi di Pechino infatti mantenerne vivo il regime, in quanto una sua possibile caduta minerebbe l’immagine e la legittimazione stessa di tutte le Repubbliche Popolari, Cina inclusa, oltre che ridurre ulteriormente la propria area di influenza in Asia con conseguente avanzata dell’occidente fino alle porte di casa. Non è un segreto che gran parte del know-how bellico e industriale di Kim Jong-un derivi proprio dal genio cinese, come lo stesso reattore nucleare di Yongbyon. Speriamo che il presidente Xi Jinping riesca a far ragionare il suo vicino, trasformando così il ritrovato interventismo di Trump in un negoziato positivo, altrimenti il rischio è di destabilizzare un’area già molto calda e dagli equilibri fragili, con la possibilità di innescare una guerra aperta che coinvolga attori ben più grandi.

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In realtà la Corea del nord è uno stato cuscinetto che conviene a tutti lasciare intatto: come già detto per la Cina serve a mettere distanza tra i propri confini e quelli degli Stati filo occidentali, i sudcoreani temono che l’unificazione comporterebbe occuparsi di una valanga di profughi incapaci di adeguarsi alla società ultramoderna che li accoglierebbe, oltre che assumersi in toto i costi di mantenimento del nuovo Stato svalutando così pesantemente la propria moneta, infine per gli USA vale lo stesso motivo della Cina ma con l’aggiunta che l’esistenza del regime è uno dei simboli che giustificano la retorica imperialista americana, in cui la definizione “Stato Canaglia” di bushiana memoria fa da cardine ad un pensiero fazioso ed estremamente superficiale dove il buono e il cattivo sono immediatamente riconoscibili. Come in tutte le democrazie per portare un Paese in guerra bisogna prima ottenere il consenso del popolo, da ciò si spiega l’ accanimento dei media occidentali contro un dittatore in particolare, in questo caso Kim Jong-un, anziché un altro. Numerose sono infatti le dittature nel mondo: Tailandia, Sudan, Bielorussia, Turkmenistan, Venezuela, ma evidentemente gli interessi strategici americani in Corea sono maggiori, come ad esempio l’installazione dello scudo anti missile THAAD formalmente rivolto contro i nordcoreani, ma forse destinato a contenere il potenziale bellico cinese da quasi 100 miliardi di dollari all’anno (ufficiali), un gigante se paragonato ai miseri 8 miliardi annui destinati alla difesa da Pyongyang. Interessanti le osservazioni dell’ ex agente della CIA Michael Pregent secondo cui le armi mostrate nelle parate militari del nord siano in realtà dei giocattoli di plastica.

Che il bombardamento della base siriana da parte della marina degli Stati Uniti dello scorso 7 Aprile sia stato solo un avvertimento per un altro avversario? Che strana epoca quella in cui si colpisce in un determinato angolo del mondo per ferire in un altro diametralmente opposto. Così mentre in Corea del sud hanno luogo i dibattiti elettorali per il voto anticipato a causa della destituzione del presidente Park Geun-hye, a nord spirano venti di battaglia come affermato da Choe Ryong-hae, un membro importante della nomenklatura: “Noi non siamo come l’Iraq o la Libia, a guerra totale risponderemo con guerra totale”.

Francesco Iasevoli

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