Missione: ricompattare il centro sinistra

Ripartendo dal pluralismo e dall’Europa: questo l’appello del candidato Andrea Orlando, attuale Ministro di Giustizia del governo presieduto da Gentiloni. E nel suo confronto con i due sfidanti cita tre nomi: Berlinguer, Allende e Nelson Mandela.

Classe 1969, già Ministro dell’Ambiente sotto il governo Letta, da cui è arrivato un appoggio esplicito, Andrea Orlando è stato il candidato inaspettato nei primi giorni in cui si annunciò un nuovo congresso del Partito Democratico. Inaspettato, non illegittimo: forse perché nominato dallo stesso Matteo Renzi per il ruolo che ricopre tutt’ora nel governo che è succeduto alle sue dimissioni. Un personaggio, tuttavia, che una lungimirante analisi del giornalista Marco Damilano aveva definito “ambizioso” soltanto qualche giorno prima della sua candidatura ufficiale.

Un passato nel Partito Comunista Italiano nella sua città natale, La Spezia, a cui seguì, dopo il suo scioglimento, il PDS e i Democratici di Sinistra, di cui diventa responsabile del coordinamento con le entità locali grazie alla nomina di Piero Fassina. Eletto al parlamento per la prima volta nel 2006 con L’Ulivo, viene riconfermato nel 2008 con la carica da parte di Walter Veltroni come portavoce del Partito Democratico, il neonato partito di cui abbraccia immediatamente la causa. Per questo motivo, il 23 febbraio scorso decide di sfidare l’uscente segretario Matteo Renzi in un’idea nuova di partito, in cui non trova più lo spirito iniziale.Conferenza stampa del Consiglio dei Ministri

Nella sua campagna elettorale, Orlando sta puntando su poche parole chiave che ritornano, dalle interviste ai tweet, e che vogliono colpire quell’elettorato che non ha intenzione di abbandonare un partito fondato su valori che oggi vede traditi. La prima parola per descrivere il suo progetto? Pluralità: forse perché parte di un’ala del PD che non sempre ha appoggiato le politiche renziane, nonostante la carica affidatagli. Un partito nato da un insieme di opinioni diverse, dai centristi ai partiti più di sinistra, non può permettersi di abbracciare l’idea della linea unica del capo di partito: l’esperimento è fallito, ed ha creato divisioni che hanno lacerato il Paese.

Il riferimento non può essere che al referendum: dopo la sfiducia del popolo italiano a quella proposta di riforma della Costituzione, Andrea Orlando riparte dall’ascoltare le vere esigenze dei cittadini e del rapporto con la classe politica che sta mutando e che la sinistra non può permettersi di lasciarsi scappare. Per questo, al centro della sua discussione torna continuamente un concetto chiave: eliminare la povertà assoluta che un Paese industrializzato, parte del G7, non può permettersi.

Le politiche economiche che propone, di conseguenza, appaiono ben diverse da quelle del suo predecessore: un duro attacco ai 500 euro per i diciottenni concesso a pioggia, persino ai figli di quell’1% della popolazione che detiene il 25% della ricchezza del Paese, sottolinea sarcastico l’attuale ministro. E non esclude una tassa patrimoniale su questa fascia della popolazione, che potrebbe concedersi “qualche bottiglia di champagne in meno” in nome di un concetto dimenticato negli ultimi tempi: la diseguaglianza sociale, il vero legame della sinistra europea.

 

Anche nelle misure economiche, poi, torna la centralità dell’Unione Europea, una posizione largamente condivisa anche da Michele Emiliano; l’uscente segretario, invece, sembra andare più cauto sull’argomento, definendo Orlando “un marziano” quando non si rende conto di ciò che accade a Bruxelles. La necessità di un’unione fiscale europea e assoluta permanenza dell’Italia nell’area euro sono temi che Matteo Renzi sostiene, senza dubbio, ma non ha paura di affrontare il tema della necessità di un’Europa con regole diverse, più democratiche e a vantaggio di tutti i membri.o-ANDREA-ORLANDO-facebook-850x491

Sulla legge elettorale, nonostante i tre candidati siano d’accordo su un tipo maggioritario, Orlando è quello che si espone di più ribadendo, in ogni caso, di non volere delle larghe intese con la destra; era da tempo, infatti, che non si sentiva nominare questa parola da parte di esponenti di centro-sinistra con una netta connotazione dispregiativa: una buona legge elettorale offrirà all’Italia la possibilità di avere un vero governo di sinistra che riesca nel suo primo intento, quello di diminuire la diseguaglianza sociale, senza scendere a compromessi con chi non lo vuole.

Perciò non ha dubbi nello scegliere tra un’alleanza con Pisapia o con Berlusconi, ci tiene a precisare, con la sua retorica pacata e un po’ vecchio stampo, di quelli che hanno voluto tanto imparare da leader storici; come Enrico Berlinguer, che nomina nel confronto su Sky Tg24 quando gli viene chiesto quale poster avesse in camera all’età di quindici anni; poi aggiunge altri due leader, protagonisti della sinistra del secolo scorso, il cileno Allende e il sudafricano Mandela.

Una sinistra fatta di lotte per i diritti sociali e contro la povertà, una sinistra per l’unione tra le diversità, non di esclusione delle differenze: così si presenta Andrea Orlando, il candidato inaspettato e ambizioso, nell’unica occasione in Italia i cui un partito mette a disposizione dei cittadini la scelta del proprio leader.

Rachele De Angelis

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