Il Ritorno del Re(nzi)

Ovvero: perché le primarie del Partito Democratico sono, forse, l’ultima battaglia fra progressisti e comunisti

Il partito comunista più potente dell’occidente è divenuto, oggi, il partito socialdemocratico più potente dell’Unione Europea. Anziché affondare, come è successo ai partiti socialisti di Spagna e Francia o a quello laburista britannico, a seguito della svolta imposta da Matteo Renzi, il Partito Democratico è divenuto il principale partito italiano.

Non era mai successo nella storia del nostro paese che a gestire l’agenda politica fosse un partito di centrosinistra.

In molti si dimenticano che la sinistra italiana ha vissuto cinquant’anni d’inferiorità elettorale contro la Democrazia Cristiana prima e vent’anni di subalternità politica a Berlusconi poi. Oggi si dà quasi per scontato che il Partito Democratico governi la pressoché totalità delle regioni italiane e che sia la famiglia politica che, non sia mai, debba sfornare il Presidente del Consiglio.

Noi italiani, e in cuor nostro lo sappiamo, siamo un popolo che soffre di profonde amnesie con il grande gusto per il passato.

E come si stava bene negli anni ottanta, e quanto era bella la vita con i gettoni telefonici, aivoglia se si stava meglio con le Lire e poi, la perla suprema, guai a chi ci tocca i politici della Prima Repubblica.

Tralasciando il fatto che negli anni ottanta si rimpiangevano gli anni sessanta, che tutti inveivano contro le cabine della SIP occupate, che con le Lire c’era ugualmente gente che non arrivava alla fine del mese, quella sui politici è quella più irritante.

Renzi ONU.jpgÈ davvero sufficiente la loro buona oratoria per farci dimenticare che sono stati quei politici a maturare l’elefantiaco debito pubblico che schiaccia qualsiasi possibilità di crescita? Ci bastano appena vent’anni di sfiorati accordi per scordarci i cinquant’anni filati di inciuci perenni votati perlopiù al consociativismo?

A quanto pare sì, tant’è che si celebra, e ci mancherebbe, Berlinguer tralasciando che fu proprio lui ad ideare il maxi accordo del compromesso storico, e qui ci manca e basta.

Non parliamo poi del rimpianto verso lo statista Bersani, alfiere della purezza del centrosinistra degli anni novanta, che in consiglio dei Ministri sedeva accanto all’alleato Clemente Mastella ministro della Giustizia.
Però le colpe sono tutte di Matteo Renzi che, baldanzoso, dopo l’epica sonata del 4 Dicembre, si ripresenta cercando una necessaria, urgente e definitiva rilegittimazione popolare.

L’ex premier guidando il quarto governo più longevo della storia repubblicana si è attirato svariate critiche e diversi sostegni. Una riforma del lavoro contestata che dà risultati in chiaroscuro, la maggiore riduzione della pressione fiscale degli ultimi anni giudicata da tutti insufficiente e la più grande stabilizzazione dei precari della scuola che ha lasciato più di qualche dissapore, sono le componenti principali di un’eredità ingombrante.

Nonostante ciò, la mozione congressuale a sostegno del rinnovo della segreteria di Matteo Renzi procede nella medesima direzione progressista, riformista e centrista ricalcando il programma del candidato francese Emmanuel Macron (di cui Renzi ha rubacchiato lo slogan “In Cammino”) e le ricette che hanno assicurato le vittorie a Barack Obama.

C’è la riduzione delle tasse alle medie e piccole imprese, c’è il niet alla patrimoniale, c’è la prosecuzione dei bonus soprattutto per i pensionati, mamme e giovani e c’è perfino la critica costruttiva all’Unione Europea. Ma il punto non è questo. Senza mettersi ad ingrossare le file dei più grandi nemici dell’Italia, i “ma-altristi”, è opportuno sottolineare che la sfida, stavolta, non è sui programmi, ma sulla concezione stessa di sinistra.Renzi campagna

Da una parte una visione progressista e riformista e dall’altra un’impronta più socialista e ecologista. Entrambe valide ed entrambe ascrivibili allo sconfinato pantheon ideologico della sinistra occidentale.

Qualora vincessero Orlando o Emiliano si sarà chiusa una parentesi e si ritornerà al centrosinistra ulivista e al suo ritmo anni novanta.

Qualora vincesse Renzi, invece, la sinistra italiana completerà la sua fase di assestamento identitario e di definitiva modernizzazione.

A seguito di un’eventuale vittoria dell’ex segretario, cambia poco con quale margine, il Partito Democratico italiano sarà paragonabile a quello americano o al New Labour di Tony Blair. E a quel punto Renzi non avrà scuse: avrà un partito ufficialmente riformista, capace di interloquire anche con la media e piccola impresa e le partite IVA, che avrà il compito di frapporsi fra le promesse sovraniste di Salvini e le ambizioni antisistema di Grillo e Casaleggio Jr. . Perché questo c’è oltre il Partito Democratico. Sconfortante in effetti, ma così è, senza che vi pare.

Possiamo sostenerlo o contrastarlo. Possiamo amarlo o odiarlo. Possiamo credergli oppure no. Dobbiamo però convenire che Matteo Renzi è l’ultimo argine ad una certa svolta della politica italiana.

Basterà il ritorno del Re…nzi ad evitare questa deriva?

Dalle otto di stasera inizieremo a scoprirlo.

 

Andrea Bonucci

( @AndreaBonucciUE )

 

 

 

 

 

 

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