Sesso, droga e patriarcato

Buio. Musica techno araba ad altissimo volume. Titoli di testa fluo. Poche immagini dopo siamo subito immersi nel film dell’esordiente alla regia Maysaloun Hamoud, regista arabo – israeliana, nata a Budapest, che ha già stregato le platee dei festival di Toronto, San Sebastian e Haifa.

Realizzato dopo 5 anni di tribolazioni, “In Between” si muove all’interno delle vite di tre ragazze che convivono in un appartamento a Tel Aviv. Ma riflettiamo un secondo. Si tratta di donne, chi palestinese, chi cristiana, chi araba, fortemente indipendenti nell’animo e nelle azioni, una di loro è anche omosessuale. Quasi tutte le categorie più discriminate in Israele insomma. E la macchina da presa le segue nelle loro vite senza criticarle o elevarle a salvatrici dell’umanità, ma ne condivide gli stati d’animo, rendendoci fortemente empatici verso le protagoniste.

Tema cardine del film è proprio l’insubordinazione al patriarcato conservatore che affligge la società israeliana come un cancro. Le tre coinquiline lo affrontano in tre suoi aspetti diversi, con tre approcci differenti, senza però che questo risulti artificioso o scollegato dalla narrazione, ma anzi si amalgama alla perfezione, rendendo il tutto più fluido e armonioso.

In Between

La regista dimostra innanzitutto un coraggio affatto scontato nel mettere in scena una vicenda del genere, non lasciare niente al caso e, soprattutto, mostrando ciò che c’è da mostrare. Quando deve rappresentare uno stupro lo fa senza tagli o autocensura, ma lo riprende glacialmente in modo da pietrificare lo spettatore, facendolo quasi sentire in colpa.

Il film è infatti di un impatto visivo enorme, emotivamente paragonabile per esempio a quello dei lavori di Dolan o di “Sole Alto” di Dalibor Matanić. Lo stile della Hamoud si rifà a un certo tipo di cinema europeo, rimanendo comunque fieramente mediorientale nelle intenzioni e nelle soluzioni. Un errore grave poteva essere quello di “occidentalizzarsi” eccessivamente, dimenticando la complessità culturale di un paese come Israele. Un pericolo pienamente evitato, come dimostra l’evoluzione della protagonista più interessante delle tre, Nour, la quale mantiene la sua religiosità, senza per questo rinunciare all’emancipazione e alla libertà.

Il mondo che la regista ci presenta è fatto di emarginati, ma che non sono passivi succubi della società in cui vivono, ma anzi ne rappresentano il lato più vivo e umano. In particolare ci si riferisce a quelle generazioni di giovani che si trovano in un limbo pericolosamente instabile, fatto appunto di insicurezza e crisi d’identità. Il titolo originale mette perfettamente in evidenza questa condizione. Bar Bahr infatti si traduce con “tra terra e mare” in arabo e “né qui né altrove” in ebraico. Inutile confrontare il suono poetico di questo titolo con l’italiano “Libere, disobbedienti, innamorate”, che fa pensare più che altro al sottotitolo di una qualche tremenda soap opera. Ma quella della traduzione dei titoli è una battaglia persa già da molto tempo.

Scena in Between

“In Between” è dunque cinema vivo, appassionante, ogni inquadratura esprime un attaccamento alla vita esasperato, raccontandoci qualcosa che, sembra strano ma è così, non viene rappresentata spesso al cinema, cioè la quotidianità di alcune ragazze israeliane.

“Di solito il cinema mediorientale parla del conflitto israelo – palestinese, di vittime o eroi”, dice infatti la regista. Qui invece assistiamo a una vera e propria “Comédie humaine”, piena di antieroi e semplici esseri umani, che invece di lasciarsi schiacciare lottano ogni giorno per rivendicare il diritto inalienabile per eccellenza: la libertà.

Claudio De Angelis

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