Antichità en travesti

Antichità en travesti

La scorsa settimana sulla rubrica si è affrontato il tema dell’occulto, e di come simili argomenti contribuiscano a modificare una visione fin troppo granitica, quasi olimpica, che si ha comunemente dell’antichità. Lo scopo, insomma, voleva essere quello di far luce su degli aspetti dell’umano che stentiamo a riconoscere, forse per lontananza, forse per idee preconcette, ai nostri progenitori.

Sulla stessa scia, le intenzioni di oggi sono le stesse, ma la tematica è decisamente più gioviale: se abbiamo scoperto che dinanzi all’oscuro e all’ignoto gli antichi non sono poi tanto diversi da noi, ci farà piacere sapere che altrettanto simili sono…sotto le mutande: ad un qualunque gay pride avrebbero forse sfilato con noi.

lor2.jpgAd un livello preliminare, è necessario fondare la differenza strutturale tra transessualità, intersessualità e travestitismo. I primi due ambiti si trovano spesso intrecciati soprattutto in specifici contesti rituali. Si ricordano così ad esempio le evirazioni sacrali dei Coribanti, sacerdoti preposti al culto misterico di Attis e Cibele, o figure storiche come quella di Elagabalo, imperatore romano nel III d.C: sacerdote della divinità siriaca El-Gabal, è ricordato per l’esercizio della prostituzione (sacra?), matrimoni ierogamici e, si dice, per la volontà di essere castrato. Per quanto le fonti storiche riportino l’aneddoto con evidente disappunto, è comunque da osservare che l’aspetto sessuale e quello religioso si trovano profondamente intrecciati nella spiritualità orientale, di cui i culti misterici sono una declinazione. Ne è un esempio l’induismo, soprattutto per quanto riguarda il genere delle divinità, non di rado rappresentate come androgine.

Allo stesso modo, la cultura greca sembra mantenere un ricordo di tale peculiarità nell’ambito mitologico: basti pensare al mito dell’Androgino, splendidamente esposto da Platone nel Simposio (189-193d), dell’Ermafrodito menzionato da Ovidio nelle Metamorfosi (IV, 285-388), o ancora di Tiresia, il profeta che visse tanto in un corpo maschile che femminile. La convivenza del principio maschile e femminile, che supera le rigide distinzioni tra generi e le sublima nella coincidentia oppositorum è, insomma, elemento ricorrente della spiritualità antica, che attraversa la cultura occidentale sino al Rinascimento e oltre.

La categoria del travestitismo è, allo stesso modo, ugualmente presente nell’immaginario
antico; a differenza della intersessualità e transessualità, tuttavia, il crossdressing investe esclusivamente l’aspetto esteriore dell’individuo, senza specifici risvolti nella definizione del genere: insomma, si assumono le vesti del sesso opposto senza necessariamente identificarsi con esso. Potrà allora far storcere a molti la bocca sapere che sono i grandi eroi del mito, l’emblema della più solida virilità, a vestire i delicati ornamenti muliebri: così ad esempio Achille, che si rifugia nell’Isola di Sciro vestito di abiti femminili per evitare di partireper Troia. Ancora, Eracle vive tre anni presso Onfale, regina di Lidia di cui si era invaghito, nei panni del suo schiavo: lui a filare la lana vestito da donna, lei armata di clava e pelle di leone (temi tutti peraltro fortunatissimi nelle arti visive e nella produzione teatrale e melodrammatica).

lor3.jpgEmblematico è, in ultimo, il mito oggetto delle Baccanti di Euripide: desideroso di
assistere ai rituali delle Menadi, Penteo, re di Tebe, indossa gli abiti di una di loro (vv. 925-938). E a sistemare i riccioli della parrucca, a drappeggiare il peplo intorno alla sua cintura è lo stesso Dioniso, il Dio della follia orgiastica, dei confini sfumati, spesso rappresentato come androgino nella tradizione figurativa: di qui, torniamo al punto di partenza.

Qual era, a questo punto, la ricezione di simili fenomeni? Come venivano giudicati? L’intersessualità e il travestitismo sono, lo si è visto, temi che sono profondamente radicati nella religione greca, tanto nei suoi momenti ufficiali che in un quelli del folklore: vale a dire, non vengono visti come tendenze o comportamenti censurabili, almeno in un ottimistico punto di partenza. L’etica antica è, del resto, un’etica laica, che non conosce un decalogo scritto di ciò che è ritenuto moralmente accettabile e ciò che non lo è, come ad esempio le grandi religioni monoteistiche rivelate. L’unico grande peccato che la grecità concepisce è quello di hybris: vale a dire, la presunzione folle dell’essere umano di valicare i limiti umani, rinnegando il proprio stato di essere effimero e sfidare le leggi divine: che cosa si nascondesse tra le mutande, insomma, agli Dèi importava solo quando dovevano unirsi con qualche mortale, in quei bei miti che il mondo moderno ancora oggi ricorda.

Lorenzo Pizzoli

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