Macri e il tarifazo, cronaca di provvedimenti presi troppo in fretta (pt. 2)

Tra le prime voci raccolte c’è Luís, che lavora per la sicurezza in uno degli svariati McDonald’s della capitale. È un uomo attempato, scuro e sicuramente tediato dalla monotonia del suo lavoro. Alla domanda “Cosa ne pensi di Macri?” improvvisamente riacquista colore e si sfoga: “Innanzitutto, io sono peronista, ma uno di quelli veri, di vecchio stampo.

Comunque tu pensa (mano sulla spalla, NdA), Macri ha aumentato le tasse su ogni cosa ma ha lasciato i salari bassi. Io prendo 12000 pesos al mese, spiegami come devo comportarmi con tre figli al seguito. Anche la carne, il latte, la verdura, tutti i prodotti basilari sono aumentati di prezzo. Se già il latte costa 160 pesos io come devo fare?.”

Sull’autobus 29, che porta a La Boca, c’è un signore che somiglia a Jorge Luís Borges. Si chiama Mariano, guarda tutti con sospetto ma sentendo citare il nome del suo presidente quasi si alza in piedi, pur non riuscendoci, e alza la voce: “Macri appartiene alla classe alta, ci farà passare l’inferno.” Romina, insegnante, nota il mio taccuino e interviene: “Siamo passati da un estremo all’altro, da troppe sovvenzioni per gente che non ha voglia di lavorare a poche.

In questo paese bisogna diffondere la cultura dell’educazione e soprattutto questa deve essere accessibile a tutti. I servizi basilari, compresa l’educazione, sono troppo costosi ma lo stato continua a spendere invece per il calcio. In questo paese si pensa troppo al calcio.” Pochi giorni prima infatti, Messi si era ritirato dalla selección argentina e le televisioni non parlavano d’altro. Una tragedia nazionale.

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Carlo, un poliziotto fermo ad aspettare il bus, oltre ad essere l’unico a riconoscere le difficoltà del presidente, è stato anche l’unico addetto alla sicurezza che ha accettato di rispondere: “Non sono d’accordo con la sua politica ma ha dovuto ereditare la corruzione di Cristina.” Di fianco a lui, Cristiano e Facundo, che appaiono come classici studenti adirati con la classe politica, rispondono: “Mah, sono tutti uguali. Però almeno con Cristina c’era più lavoro.”

Proprio quest’ultimo punto, l’occupazione, è l’altro nodo dolente della politica neo-liberale macrista. Da quando è al governo ha aperto alle importazioni cinesi costringendo molte fabbriche a chiudere. Ci sono cinquantamila disoccupati e 1.400.000 poveri in più. Maximilian, che studia economia, mentre passeggia a Palermo, il suo quartiere, indica i clochard sentenziando: “Ora, per colpa di Macri ce ne sono molti di più” poi fugge via in escandescenza.

Ma se ci si sposta più a sud, nei quartieri che Evita Perón osserva dall’Avenida 9 de Julio sorridendo e per cui si elevò alla figura di protettrice, il tema diviene ancora più sentito. Nella Boca, sede della squadra di cui Macri è stato presidente nell’era dei maggiori successi (non a caso alcuni lo paragonano a Berlusconi) ci si aspetterebbe un degno apprezzamento ma presto ci si rende conto che il maggior risentimento proviene proprio dai suoi (ex) tifosi.

Federico è proprietario di una delle tante botteghe dedicate al merchandise del Boca Juniors ed è testimone del fallimento di alcuni suoi colleghi: “Avevo fiducia in Macri ma man mano che le tasse aumentavano l’ho persa. Molti locali hanno chiuso, io no perché per fortuna non sono in affitto.” Dirigendosi verso il Caminito, immersi nei colori fiammeggianti dell’architettura post-coloniale, ci si può imbattere facilmente in Batista, commerciante e Gustavo, neo senzatetto, che ogni giorno si incontrano allo stesso posto. Sono entrambi sdentati, portano vestiti sudici e strappati.

In particolare Batista ha un dente di ferro, gli altri sono neri. Anche loro confermano le parole di Federico: “Se aumenti le tasse, i prezzi e lasci i salari invariati, la gente non compra più quello che offriamo noi: ecco perché qui si chiude. Se uno deve spendere lo stesso quantitativo di soldi per la verdura e la carne, perché dovrebbe comprare gli utensili che vendo io?”.

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Poco più avanti, si arriva nella zona commerciale del quartiere dove piccoli centri, come il Punto Caminito 2, offrono una discreta rosa di stand con prodotti tipici e souvenir per turisti. All’interno, Doris e sua figlia vendono in assoluto il mate più economico di tutto il quartiere. Doris, una matrona dai tratti indios sempre sorridente, alla domanda su Macri si sforza di mostrarsi solare di fronte al cliente anche se i suoi occhi puntano a terra per impedire che la chiara smorfia di dolore trapeli.

Lei forse è l’emblema dei piccoli bottegai della Boca che hanno sperimentato sulla propria pelle gli effetti dell’importazione cinese: “Lavoravo in due fabbriche di pellami che hanno chiuso, per fortuna una mia amica mi ha rivenduto questo stand altrimenti sarei in mezzo alla strada. Mio figlio ha trovato dopo mesi lavoro, ma nella sua fabbrica stanno lentamente licenziando i meno produttivi.” Sulla situazione salari poi aggiunge: “Una famiglia tipo, genitori e due bambini, per vivere normalmente dovrebbe guadagnare 20.000 pesos come minimo. Io ne guadagno 8.000.”

L’inflazione in questo momento si attesta al 40%. Nel frattempo Macri ha deciso di stabilire patti bi-laterali con gli USA dopo il rifiuto dei Kirchner. Attualmente, nella gran parte dell’America latina il risentimento anti-states è più forte di quello anti-spagnolo oramai (quasi) esaurito se consideriamo che gli attuali abitanti non sono più purosangue autoctoni per la maggioranza.

Camminando per Avenida 9 de Julio, la via che collega la Piazza del congresso a Plaza de Mayo, è facile imbattersi in numerose scritte sui muri o graffiti come “Macri servo di Obama”, “Macri ti odiamo, devi morire”, “Il tarifazo ci rende poveri”. È questo tarifazo, come i porteños lo chiamano, arrivato non progressivamente ma improvvisamente, che sta distruggendo gli argentini e aumenta via via il divario tra ricchi e poveri spazzando via la classe media. Il problema sudamericano di sempre.

Una delle nonne di piazza di Maggio sostiene che Macri sta distruggendo tutto il lavoro fatto dai Kirchner nell’ambito dei diritti umani. Mancano le sovvenzioni e, ancora una volta, gli organi di battaglia che combattono contro le nefandezze della dittatura militare di Videla & co. si ritrovano nuovamente soli.

L’ultimo commento è quello di un clochard, che visibilmente ubriaco apostrofa verso le auto ferme al semaforo “L’Argentina è un paese di merda”. Forse un po’ troppo radicale ma chissà dove porterà questa situazione e quanto Macri potrà durare a queste condizioni.

Alessandro Leone

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