Macri e il tarifazo, cronaca di provvedimenti presi troppo in fretta (pt. 1)

Da poco la Repubblica Argentina ha festeggiato il bicentenario dall’indipendenza dalla corona spagnola. La sua storia fin da quel momento si registra come un’alternanza di riprese e cadute altalenanti: se il mito dell’“Argentina potencia” ritorna sistematicamente ad ogni miglioramento, subito una nuova crisi, una nuova inflazione si presenta assieme alle tensioni sociali che ne scaturiscono.

Già nel 1816, quando fu proclamata l’effettiva indipendenza, a sei anni dal primo congresso di Tucuman, l’Argentina si trovava a fronteggiare la perdita delle risorse minerarie del Potosì (successivamente Bolivia). Fu, indirettamente, la fortuna di Buenos Aires, che con le esportazioni di grano raggiunse un PIL simile a quello delle grandi potenze europee (più di 3000 dollari) attestandosi tra le prime cinque al mondo. Secondo Roberto Galasso, storiografo peronista tra i più rispettati in Argentina, “il processo di indipendenza si tramutò in dipendenza quando fummo dominati da capitali stranieri. Dopo il 1816 eravamo una colonia agricola vincolata al commercio britannico. Dopo la prima guerra mondiale e, ancora di più, dopo la seconda, questo ruolo l’occupò l’Unione Europea”. Parte di questa dipendenza britannica risiedeva nel sentimento anti-ispanico esploso come rivendicazione dell’identità oppressa dal potere coloniale. Nonostante tutto, fu in quel contesto produttivo che si diffuse il mito dell’“Argentina potencia”.

Questo sogno sulla possibilità di competere con le grandi potenze mondiali si infranse, secondo Orlando Ferreres, dopo il golpe ad Hipolito Yrigoyen nel 1930 “che fu una rottura istituzionale molto grande e l’Argentina smise di essere credibile per il capitale. Eravamo un sistema elettivo repubblicano e arrivò un militare che disse: “Ora ci sono io”. Dopo questo episodio la corruzione elettorale dilagò e il capitale cominciò ad uscire dal paese”.

Ma se l’Argentina era ancora accompagnata in queste crisi di prima parte di secolo da una crisi più generale, quella del ’29 e quelle successivamente scaturite dalle due guerre mondiali, la situazione peggiorò dal ‘44 in poi quando l’inflazione si attestò mediamente al 70,4% e il paese subì due iper-inflazioni. A poco servirono le momentanee riprese dei governi Perón, con la nazionalizzazione delle industrie nazionali o del governo di Nestor Kirchner grazie al boom delle materie prime perché la crisi si ripresenta puntuale a seguito di ogni periodo di prosperità.

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Eppure gli argentini ci cascano continuamente. Ogni nuovo presidente è la scappatoia per un nuovo ciclo che promette di eliminare la corruzione e restituire al popolo un’unica identità sotto cui identificarsi. Questa disperazione, questo ennesimo fallimento che si chiama Mauricio Macri, si può notare passeggiando per le strade di Buenos Aires attraverso gli occhi della gente, le loro parole e la loro rassegnazione. Il suo partito, “Cambiemos”, ha battuto al ballottaggio il candidato peronista Daniel Scioli con il 51,42% dei voti contro il 48,58% dell’avversario: una maggioranza risicata. Particolare successo ha ottenuto nella capitale, Buenos Aires, unica città autonoma di una repubblica federale di 42 milioni divisa in 23 province. Macri ha ereditato gli scandali di corruzione (si parlava della vendita di alcune cariche e del classico nepotismo) del governo di Cristina, moglie di Nestor, ed ha promesso di riunire gli argentini sotto un’unica bandiera ma, soprattutto, di restituire loro un paese competitivo. Non ci sta riuscendo e il popolo argentino glielo rimprovera all’unanimità. Certo, l’Argentina di fatto non è in guerra perché l’ha già vissuta e sa cosa vuol dire. Non vuole commettere lo stesso errore e fornire terreno per un’eventuale nuova dittatura. Eppure in lui si incarnava il perfetto sogno americano (ma nel sud), discendente di calabresi emigrati distintisi imprenditorialmente nel nuovo paese. A Mauricio Macri manca, probabilmente, lo stesso sentimento di dovere che non ha ereditato dal padre Franco, a differenza del suo patrimonio.

La rabbia dei porteños condanna coralmente lo spudorato aumento delle tasse a tutti i livelli. Il gas ha raggiunto in alcuni casi il 1000% di incremento in zone come la Patagonia, sicuramente più bisognose di riscaldamento ma, pur non avendo raggiunto gli zero gradi, anche l’area di Buenos Aires ha accusato il colpo. Macri si difende sostenendo che in nessun paese del mondo si paga il gas così poco e racconta di aver incontrato un uomo che in pieno inverno si muoveva in casa in maglietta e infradito. Tuttavia, l’aumento è stato talmente rilevante e improvviso (in pochi mesi di governo) da far intervenire la Corte Suprema, ancora in attesa delle “ragioni sociali ed economiche” di questo provvedimento.

A ciò si aggiunge l’aumento dell’acqua del 370% nella zona di copertura dell’AySA (Agua y saneamientos Argentinos Sociedad Anonima) che lavora nell’area della capitale e del suo cinturón metropolitano (circa ¼ della popolazione totale), l’aumento del trasporto pubblico (un biglietto per il colectivo, il bus urbano da 3 a 6 pesos, per il treno urbano da 2 a 4 pesos e per il subte, cioè la metropolitana da 5 a 7,50 pesos), l’aumento della benzina (0,88 pesos in più) e del diesel (0,8 pesos in più).

To be continued…

Alessandro Leone

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