Tutti quanti voglion fare Jazz

Berlino, Cannes, Venezia. Le ultime edizioni dei maggiori festival europei si sono aperte con tre film che vivono di jazz, rispettivamente “Django”, “Cafè Society” e “La La Land”. “Django” racconta la storia dell’incredibile musicista Django Reinhardt, “La La Land” è in teoria un film incentrato sulla musica jazz (si sottolinea in teoria), mentre “Cafè Society” è di Woody Allen, che fa di questo genere musicale parte integrante e necessaria del suo cinema.

La La LandSe ripercorressimo la storia del cinema noteremmo quanto la Settima Arte e il jazz siano entrati in contatto ben più di una volta. Queste due forme di espressione artistica sono nate e cresciute insieme, possiamo quasi considerarle “sorelle” e, come molti rapporti fraterni ci insegnano, all’inizio non andavano molto d’accordo.

Nei primi anni del ‘900 i Lumière avevano già girato, proiettato e abbandonato i primi film, Méliès e la Guy – Blaché si inventavano le finzioni più stravaganti, la scuola di Brighton sperimentava le prime moderne tecniche di montaggio e negli Stati Uniti si dava inizio a una grande tradizione cinematografica. Nel frattempo “l’America andava sviluppando in silenzio, quasi di nascosto, un proprio linguaggio musicale nettamente distinto e autonomo, che era stato appena battezzato con un nome decisamente anti-musicale: il jazz.” Scrive Gunther Schuller, un grande studioso e compositore.

Il rapporto tra jazz e cinema è sempre stato conflittuale, con quest’ultimo che spesso si è rifiutato di rappresentarlo a dovere. Nonostante ci fossero tutti i presupposti per una felice coesistenza, nei primi decenni del Novecento, a parte alcuni sporadici episodi, non entrano quasi mai in contatto.

Tutto cambia quando arriva il “suono”. Infatti nel 1927 esce “Il cantate di Jazz”. Per quanto si tratti quasi di una parodia, oltre a presentare degli stereotipi piuttosto razzisti, è un film di grande importanza storica, avendo segnato l’inizio del cinema sonoro.

Due anni dopo, nel 1929 King Vidor prova a dare una lettura obiettiva dello stile di vita degli afroamericani con “Hallelujah!”, cadendo però di nuovo nei consueti stereotipi e in una rappresentazione non proprio esatta della musica di quel tempo, seppur migliore rispetto a “Il cantante di Jazz”.

Da qui in poi il rapporto cambia. Hollywood comincia a depredare della loro musica i locali fumosi di New Orleans, Chicago e così via, per portarla alla ribalta con i grandi musical (dai quali poi deriverà La La Land). Vediamo l’orchestra di Duke Ellington protagonista nei film “Black and Tan Fantasy” e “Symphony in Black”, oltre al folgorante esordio di Vincente Minnelli nel 1943 con “Cabin in the Sky”, arricchito dalla collaborazione dello stesso Ellington e di Louis Armstrong, quest’ultimo anche in veste di attore.

In tutto ciò il cinema italiano occupa una posizione privilegiata. Dal dopoguerra i nostri autori si sono sbizzarriti nel coniugare qualsiasi variazione del jazz con la forma cinematografica. Da “Il sorpasso” (1962) di Dino Risi, con la colonna sonora curata da Riz Ortolani, a “Gli Arcangeli” di Enzo Battaglia, film questo che andrebbe recuperato, insieme alla sua intera filmografia. Però l’episodio più curioso che lega il nostro cinema al jazz riguarda “Urlatori alla sbarra”, di Lucio Fulci, nel quale è presente un cameo di Chet Baker, uno dei più grandi jazzisti del suo tempo.

Il sorpasso

Ma se c’è un genere in cui il connubio tra jazz e cinema si è risolto nella maniera più efficace e affascinante, quello è il noir. Già Otto Preminger, uno dei registi che ha contribuito maggiormente a rendere possibile tale connubio, con “Anatomia di un omicidio” e “L’uomo dal braccio d’oro” aveva dimostrato che far convivere le due arti fosse possibile oltre che auspicabile.

Era solo questione di tempo che il noir si appropriasse del jazz. Basti pensare a “Génerique”, composta da Miles Davis, in “Ascensore per il patibolo” di Louis Malle. Anche solo ascoltando il brano si possono immaginare le vie buie di una città avvolte da una nebbia inquietante, personaggi ambigui in impermeabile, omicidi e femme fatale. Si riveda anche “L’Infernale Quinlan”, un noir pazzesco, firmato Orson Welles. Oppure “Taxi Driver”, che pur non essendo un noir puro ne riprende le caratteristiche e, inevitabilmente, un certo stile musicale.

Miles Davis - Generique

Quindi oggi, a novant’anni esatti dall’uscita de “Il cantante di Jazz”, sembra proprio che il momento di difficoltà iniziale sia stato ampiamente superato. Ormai è facile trovare un brano di Coltrane qui e là, una suite jazz quando meno ce lo aspettiamo, un “Whiplash” o semplicemente dei bei documentari. Insomma, come nel capolavoro “Gli Aristogatti”, tutti quanti voglion fare jazz!

Claudio De Angelis

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