Come, fly with me

Il primo volo della mia vita è stato a bordo di un aereo Alitalia nel ’96, tratta Roma-Palermo. Una volta atterrati, una hostess molto gentile mi regalò delle caramelle come premio per essermi comportato bene rispetto a tutti gli altri bambini rumorosi e piagnucoloni che avevano partecipato con urla e lacrime a ogni virata e turbolenza. Nonostante nel corso del tempo la mia temerarietà nei confronti del volo sia via via scemata e l’idea di attraversare il cielo in una gabbia d’acciaio susciti in me ormai solo nervosismo, questo è uno dei miei primi ricordi lucidi.

Sin dalla sua nascita nel 1946, la nostra compagnia di bandiera ha rappresentato un simbolo importante nella coscienza collettiva degli italiani, un marchio che ha accompagnato dall’inizio l’intera storia della Repubblica riflettendone il benessere e il malessere nel corso dei decenni, dai fasti degli anni sessanta, quando le stelle del cinema venivano fotografate dai paparazzi nell’atto di scendere dalla carlinga, al 2009, quando prossima al fallimento veniva rilevata dalla cordata CAI, Compagnia Aerea Italiana, una holding finanziaria nel cui azionariato spiccano Intesa Sanpaolo, Poste Italiane e Unicredit.

A partire dalla fine degli anni ’90 cominciano le prime difficoltà a causa della concorrenza agguerrita delle compagnie Low Cost e, complice una fusione fallita con l’olandese KLM, nel 2002 ( annus horribilis per l’aviazione civile dopo gli attentati dell’11 settembre) paga più delle altre compagnie il calo della domanda con conseguenti perdite. Dopo diversi tentativi di privatizzazione promossi dal governo Prodi, con grandi avances di Air France, ma fortemente osteggiati dal governo Berlusconi, nel 2008 si procede al commissariamento e alla dichiarazione di insolvenza. Nasce cosi la nuova Alitalia-CAI, ma i problemi economici sono ancora tanti e la contrazione del mercato dovuta alla crisi economica unitamente agli sforzi di riassetto strutturale costringono la dirigenza a cercare nuovi partner: nel 2015 il 49% delle azioni viene venduto all’ emiratina Etihad.

Ha subito fatto scalpore il cambio di immagine imposto dai nuovi soci arabi, ad esempio le divise delle hostess dai toni molto accesi e ammiccanti all’estetica mediorientale, anche se il risultato devia dalla tradizione di stile ed eleganza targata sorelle Fontana e rende le sfortunate assistenti di volo molto simili alle sorelle di Babbo Natale. Ma in fondo sono altre le questioni importanti: la società ha imposto un piano di licenziamenti e taglio delle spese per far fronte al grave deficit di bilancio, innescando scioperi e proteste da parte del personale. Risale infatti al 17 marzo la presentazione del piano industriale contenente il taglio di 2037 dipendenti e fino al 30% degli stipendi, oltre che alla messa a terra di circa quaranta aerei per un totale di un miliardo di euro di risparmi, con l’obiettivo di generare utili dal 2019 come annunciato da Cramer Ball, AD della società.

divise-alitalia-2016

Inevitabile la reazione delle sigle sindacali che hanno annunciato scioperi, tra tutti il più recente quello del 5 aprile, giorno in cui è stato sospeso il 60% delle rotte creando innumerevoli disagi per i passeggeri.

I più critici affermano che la crisi di Alitalia è dovuta ai grandi privilegi economici riservati nel corso del tempo ai propri membri, dai dirigenti ai dipendenti, sprechi inclusi. Come qualcuno fa notare, il trattamento di liquidazione dovuto in particolare al personale di volo è di circa sei volte superiore al personale di terra, inoltre privo di tetti salariali e garantito per 7 anni dell’80% circa dello stipendio, e il fondo da cui si attinge per provvedere a queste indennità (Fsta) è alimentato in gran parte da una sovrattassa di 3 euro per ogni passeggero che parta da uno scalo italiano. Altro privilegio sopravvissuto alla prima stagione di tagli riguarda il personale di bordo. Attualmente sui voli a lungo raggio gli assistenti di volo sono 9 e i piloti 4. Etihad vorrebbe togliere un assistente e un pilota, adeguandosi agli standard europei e quindi riducendo le spese.

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Anche volendo considerare i dati relativi alle risorse umane, è innegabile che Alitalia sia stata gestita male soprattutto al livello industriale. Infatti a differenza delle principali compagnie di linea europee, di bandiera o a basso costo che siano, Alitalia ha perso 500.000 euro al giorno negli ultimi mesi, nonostante il calo record del prezzo del carburante.

Secondo quanto affermato dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, Alitalia deve ritrovare il suo posto nel mercato, con un piano industriale competitivo e razionale, in grado di fare concorrenza in Europa e nel mondo. Un primo passo potrebbe essere il porre l’accento su hub europei e intercontinentali anziché basarsi sempre sul traffico interno, specialmente da quando l’alta velocità ferroviaria ha collegato tutto il centro-nord della Penisola e di conseguenza i principali poli attrattivi del lavoro, dei servizi e del turismo, infine abbassare il prezzo dei biglietti cercando di ridurre il gap con le ormai imperanti Ryanair, Easyjet e Vueling. Aspettiamo dunque il risultato delle consultazioni fra società e sindacati che avranno termine il 13 aprile, sperando che le colpe dei padri non ricadano sui figli e che l’azienda si risollevi non tanto per merito di tagli, ma per investimenti, possibilmente intelligenti.

Per concludere sarebbe davvero auspicabile che una società con una storia cosi gloriosa e meritevole di aver reso gli italiani un po’ più vicini tra loro e conoscitori del mondo, dal dopoguerra a oggi, possa riacquistare la dignità e il prestigio che le competono, e magari che l’hostess tanto gentile che vent’anni fa mi regalò delle caramelle possa godere di una giusta pensione e con i piedi finalmente per terra, anziché in rotta per Abu Dhabi vestita di verde rosso e l’agrifoglio regalando datteri a bambini silenziosi e obbedienti.

Francesco Iasevoli

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