Autoritratto siriano

Ieri il mondo si è svegliato con la notizia dell’attacco chimico in Siria. L’ennesima assurda e disumana pagina del conflitto siriano, che forse non abbiamo mai capito fino in fondo, o abbiamo fatto finta di non capire. Stiamo assistendo a un nuovo olocausto e non è la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Tre anni fa Ossama Mohammed, regista siriano che vive in Francia dal 2011, e Wiam Simav Bedirxan, una videomaker che ha agito sul campo in prima persona, hanno realizzato un film crudissimo sulla guerra che sta dilaniando il loro paese da 6 anni ormai. “Eau Argentée – Autoritratto siriano” è un documentario devastante, presente anche su Netflix, che deve essere visto.

Nella prima scena viene inquadrato un prigioniero intento a baciare i piedi di un soldato, che poi lo pesta a sangue. La risoluzione è bassissima, si fa fatica a capire che si tratta di esseri umani.

Il seguito va riportato così com’è: “La sua famiglia è andata dalla polizia, chiedendo il suo rilascio. Scordatevelo, ha detto l’ufficiale. Fate un altro figlio. Se non ce la fate, le vostre donne mandatele qui, le aiuteremo noi”.

Da qui in poi è impossibile smettere di guardare, perché si rimane pietrificati di fronte a un orrore inimmaginabile o al quale vogliamo rifiutare di credere. Folle pacifiche trucidate dai proiettili dell’esercito. Volti insanguinati. Strade deserte e distrutte. Carrarmati, torture, morti.

thumbnail_Via devastata

Il film è questo, un susseguirsi tremendo di frammenti, sequenze, fermi immagine della vita quotidiana oggi in Siria, cioè massacro e violenza, la più insensata. Un popolo contro sé stesso, come ribadiscono i manifestanti, che gridando chiedono libertà, una richiesta davvero così assurda?

E per questo è importante vederlo, nonostante sia del 2014. Per comprendere, al di là della cronaca e del resoconto giornalistico, il nocciolo della questione. Un caos totale, che degenera nelle barbarie più tremende. L’Afghanistan è recente, così come l’Iraq, i Balcani, la Libia, la Nigeria, il Ruanda e tanti altri conflitti, più o meno dimenticati dall’opinione pubblica.

E forse un film del genere serviva, anzi ne siamo sicuri. Non è una descrizione dello svolgimento della guerra, non segue la vicenda di poche persone, è un racconto totale, che abbraccia tutto e tutti, penetrando nel cuore di una delle più grandi tragedie del XXI secolo.

Ma c’è spazio per una flebile speranza, rappresentata senza retorica alcuna da unthumbnail_Bambino con il fiore bambino che vediamo verso la fine. Tiene in mano un fiore, sorride anche. Sono immagini molto poetiche, che cozzano meravigliosamente con l’orrore che abbiamo visto finora. E ci lasciano con un senso di vuoto, come se il velo di Maya che ci eravamo costruiti per rifiutare una realtà del genere fosse stato squarciato dalle bombe.

Claudio De Angelis

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