La pazza gioia di Virzì e della Bruni Tedeschi

“Vorrei condividere questo momento con Micaela Ramazzotti, perché senza di lei, senza Donatella, Beatrice non potrebbe esistere”, così è iniziato il discorso di Valeria Bruni Tedeschi, che visibilmente emozionata, ha “recitato” dopo la vittoria del David di Donatello come migliore attrice protagonista per il film La pazza gioia di Paolo Virzì, vincitore della statuetta come miglior film. Il discorso della Bruni Tedeschi è diventato poi virale sui social e sul web, perché molto più lungo dei 45 secondi previsti per ogni vincitore, d’altronde qualcosa doveva accomunare la protagonista al suo film.

Al di là dell’umorismo, il discorso di un’emozionata Valeria, elegantissima e dalla voce interrotta da risate miste a lacrime, è entrato nel cuore del pubblico per la sua spontaneità e naturalezza. Dall’intonazione, dallo sguardo un po’ smarrito che l’attrice ha sul palco del David, si nota una certa somiglianza con la protagonista di La pazza gioia. Non è un caso quando si dice che l’attore debba entrare nel personaggio: ecco domenica scorsa Valeria Bruni Tedeschi è tornata ad essere la sua Beatrice, la Beatrice innamorata e svampita di Virzì che per un’ora e cinquantacinque minuti occupa lo schermo e fa cogliere le sfumature più umane del suo carattere.

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È qui il trucco della pellicola. È qui l’asso nella manica di Paolo Virzì, che ci fa dimenticare che il film sia forse troppo lungo, che le protagoniste siano fin troppo brave e anche il dettaglio della cabriolet rossa fiammante sulla quale Beatrice e Donatella scappano, che rievoca in noi il ricordo di Thelma e Louise. Il film di Virzì è oggettivamente bello al di fuori di tutte queste caratteristiche, e lo è perché è completo di tutte le emozioni. Gioia, allegria, tristezza, disperazione e ovviamente pazzia, in tutti i sensi in cui questa parola possa essere interpretata. Dalle scene corali, all’interno dell’istituto terapeutico Villa Fiori, ai rari momenti introspettivi delle protagoniste, lo spettatore compie un viaggio emozionale che copre i silenzi lasciati dal copione. Per tutta la durata della pellicola, non viene mai lasciato solo a pensare, ma è travolto dalle sensazioni e dagli eventi della vita, presente e passata, delle due donne, amiche e pazienti.

Quello di Virzì è un film aperto, un’opera complessa e generosa, ambientato nel 2014, in cui gli ospedali psichiatrici giudiziari erano ancora aperti. Il tema della malattia è ovviamente toccato sotto più punti di vista, senza mai scivolare nel buonismo o nello schema consolatorio: non si prova pena o rammarico per le pazienti di Villa Fiori – notevole è anche come pazienti e attrici si mescolino alla perfezione in alcune scene – si entra naturalmente a contatto con la loro realtà, che fa sì commuovere, ma anche sorridere.

* “Siamo due pazze?”

* “Tecnicamente sì”

Si dicono Beatrice e Donatella quando sfrecciano su un’auto rubata verso la loro libertà. Due personaggi che si completano in ogni particolare: dai silenzi della Ramazzotti tempestata di tatuaggi, con i suoi sguardi profondi e sinceri e le labbra increspate, allo straparlare e lo strabuzzare gli occhi della Bruni Tedeschi, sempre con una sigaretta in mano.

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Nulla viene lasciato al caso, neanche sotto il profilo musicale, dalla scelta di Lady Marmelade per la scena della fuga, a Senza Fine di Gino Paoli per la scena più commovente del film, alla composizione originale delle musiche di Carlo Virzì. Un lavoro ad hoc, di un regista ormai a suo agio nella complessità del mondo femminile, nel quale sembra districarsi agilmente non cadendo mai nel banale o nel frivolo.

Francesca Lanzillotta

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