Un’altra storia tutta italiana

Del perché mi reputo ambientalista anche se sposterei tutti i duecento undici ulivi pugliesi

Nel Paese delle Meraviglie capita spesso così: proteste di anni che compaiono sui giornali per qualche giorno alla luce di uno scandalo che fa leva sull’opinione pubblica. In fondo, a pensarci bene, se si chiedesse di associare una voce alla Puglia si sceglierebbe quella di Modugno nella sua “Nel blu dipinto di blu”. Ma se si dovesse scegliere un’immagine che gli italiani hanno della bella Puglia, i caratteristici trulli verrebbero scavalcati soltanto dagli ulivi: alberi maestosi che vedono generazioni evolversi e tramandarsi l’amore e il rispetto nei loro confronti, come fossero vecchi antenati che, per miracolo, non muoiono mai.

Eppure, questa protesta dura da anni e non sono stati certo gli ulivi il primo problema. Il suo nome è “No-TAP”, e se per assonanza ve ne è venuta in mente un’altra, qualche migliaio di chilometri più a Nord, in realtà non è proprio un caso. C’è da dire che le due ondate di manifestazioni, a ben vedere, appaiono molto diverse e con motivazioni a monte ben distinte. Certo è che quella della regione Puglia continua ad essere viva e in questi giorni la faccenda del trapianto di duecento undici unità di alberi sembra aver risollevato un gran polverone. Eppure, i motivi per chiudere un occhio di fronte a questo sfregio ai nostri cari ulivi e cercare di essere un po’ più lungimiranti non mancano.

Spero, tuttavia, di non rovinare a mia reputazione di ambientalista, costruita con fatica nei miei pochi anni di coscienza critica.

Innanzitutto, non è proprio la prima volta che in questa regione si procede ad un trattamento del genere per i loro speciali alberi; dall’aprile del 2013, infatti, è possibile espiantare ulivi monumentali in seguito alla modifica della legge 14/2007, quella cioè relativa alla tutela degli stessi. Dunque, anche se non fa piacere rimuovere degli alberi, la sicurezza che verranno ripiantati grazie all’obbligo di una legge mi pare più che sufficiente. Già nel 2016, infatti, questa norma fu applicata per la realizzazione dell’Acquedotto Pugliese.

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Problema numero due: località San Foca, Marina di Malendugno. Splendida località di mare in provincia di Lecce che, come tante, vive di turismo; perciò, la possibilità di perderne per colpa della deturpazione ambientale portata dalla pipeline ha fatto scaldare gli animi di tutti. Eppure, leggendo passo passo cosa prevede il progetto TAP, questo aspetto non mi pare che venga fuori: partirà in prossimità di Kipoi, al confine tra Grecia e Turchia, dove si collegherà al Trans Anatolian Pipeline (TANAP); proseguirà quindi sulla terra ferma, attraversando la Grecia Settentrionale muovendo in direzione ovest attraverso l’Albania fino ad approdare sul litorale Adriatico, per connettersi alla rete italiana di trasporto del gas in Salento. Qui, a Malendugno, il gasdotto verrà interrato per 8 chilometri, ma nulla sarà visibile sulla terraferma: seguendo nuove tecniche avanzate, sarà possibile evitare lavori di scavo sulla spiaggia e la tutela di tutta la fascia costiera.

Anche qui, perciò, non mi sembra di trovare nulla di strano.

Ultimo, ma non per importanza, l’obiettivo strategico. Anzi, a ben vedere io ne scorgo ben due: meno importazioni di gas russo e il primo passo avanti per risanare il grande macigno che la regione Puglia porta avanti da decenni -l’Ilva di Taranto. Ma procediamo per ordine.

Sul piano geo-politico, la collaborazione strategica tra TAP e l’Unione Europea è attestato dal forte sostegno di organi quali la Commissione e il Parlamento. TAP infatti è stato dichiarato Progetto di Interesse Comune (PCI) e Progetto di Interesse della Comunità dell’Energia (PECI). Il motivo è facilmente intuibile: dipendere sempre di meno dalla Russia, a qualche anno dalle sanzioni per i rapporti con l’Ucraina; soltanto l’Italia, ad esempio, prende più del 40% del suo gas naturale dalla Russia, con una diminuzione del 13% rispetto al 2013 per un implemento da quello libico (Fonte: Bilancio Gas Naturale anno 2014 – MSE). Insomma, non proprio una gran botte di ferro. Una nuova via che proviene dal Medio Oriente e che sbarca proprio sulle nostre coste potrebbe incentivare un maggior consumo di questa fonte di energia, assai meno inquinante dei combustibili da cui ancora dipendiamo.

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E il fatto che arrivi proprio in Puglia potrebbe essere un ulteriore punto di vantaggio: da tempo si cerca una soluzione contro le emissioni dell’Ilva, che da anni mobilitano gli abitanti di Taranto, stufi di vedere famiglie decimate per colpa delle malattie croniche connesse direttamente. Ora che l’ipotesi chiusura della fabbrica sembra superata e sul tavolo ci sono ben due trattative di grandi colossi dell’acciaio indiano, la possibilità di poter usufruire direttamente di una fonte più rinnovabile di energia potrebbe essere una carta da giocare al miglior offerente.

Ora, il fatto che molti abitanti della zona chiedano che il punto di approdo possa essere situato a 30 chilometri più a nord in provincia di Brindisi, dove pare ci siano già poli industriali che potrebbero averne altresì bisogno, mi pare comunque ragionevole. Fatto sta che sono anni che questa trattativa viene discussa dai diversi ministeri, compreso quello dell’ambiente supportato dalle organizzazioni locali di protezione del territorio: se è la stessa compagnia ad assicurare questa procedura dei lavori e la località non verrà danneggiata, non riesco a trovare le falle di questo progetto. Anche perché, temo che se davvero si spostasse di quei 30 chilometri più su, saranno poi gli abitanti della provincia di Brindisi a protestare e a non voler vedere il gasdotto accanto ai loro campi.

Ma questa, si sa, è un’altra storia tutta italiana.

Rachele De Angelis

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