Controrivoluzione verde

“In America abbiamo un nuovo presidente, come qualcuno di voi avrò già notato”. (jeffrey Sachs)

 Al termine dei suoi primi cento giorni, va riconosciuto a Donald Trump il merito di aver tenuto fede alle proprie pirotecniche e controverse promesse elettorali. La maggioranza silenziosa, media e lavoratrice, già sedotta durante la campagna elettorale, ha ora decisamente cementato il proprio consenso al nuovo presidente.pupazzone

Dopo aver demolito a colpi di executive orders l’eredità democratica di Obama in tema di immigrazione, sanità e diritti civili (soprattutto aborto), Trump si è ora rivolto ad uno dei temi più “caldi” degli ultimi anni: Il clima.

Trump ha firmato l’annunciato ordine esecutivo per smantellare la regolamentazione in materia di clima dell’era Obama. Il provvedimento prevede la cancellazione del «Clean Power Plan» sulle restrizioni per le centrali a carbone.

Il provvedimento rende anche più flessibili le norme riguardo alle concessioni federali per il carbone, le norme per ridurre le emissioni di metano e i vincoli ambientali che rendono così faticoso l’iter di autorizzazione dei progetti infrastrutturali.

Insomma, nonostante le migliaia di studi volti a dimostrare, prevenire e contrastare il cambiamento climatico, su ogni considerazione politica e scientifica si estende l’ombra delle solide certezze di Trump.

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Sebbene questa scelta rappresenti un maldestro passo indietro per gli Stati Uniti e per tutta la comunità internazionale (essendo gli Usa il secondo paese al mondo per emissioni di CO2), il c.d. “Energy Independence” non inaugurerà un’era ancor più oscura per la salute già precaria del nostro pianeta.

Secondo le ali più “verdi” del partito democratico, numerose ONG e svariati think thank la situazione è irreparabile. Per questo ampio ed influente gruppo, che potremmo definire “eco-millenarista” si tratta dell’inizio della fine: senza la guida statunitense, la crisi ambientale di questo secolo è destinata ad assumere ben presto contorni apocalittici.

Ma è difficile credere che ciò possa accadere.

In modo decisamente più pragmatico, se gli Stati Uniti decidessero di abdicare dal ruolo prominente nella sfida al cambiamento climatico, un’altra ambiziosa potenza (o potenze) potrebbe prendere il suo posto.

La Cina ad esempio, prima per emissioni, sta prendendo drastiche misure per ridurre l’inquinamento dell’aria e la dipendenza dal carbone, investendo allo stesso tempo in ambiziosi piani di sviluppo per le energie rinnovabili.

L’iniziativa di Trump offre anche all’Europa concrete possibilità di affermarsi come punta di diamante nella lotta al cambiamento climatico, sia attraverso efficienti accordi multilaterali (Cina e India i primis) sia imponendosi come soggetto trainante all’interno del processo negoziale delle Nazioni Unite.

Come infatti affermato dal responsabile per il clima presso le Nazioni Unite Patricia Espinosa:

“Di certo siamo preoccupati dalla possibilità che gli Stati Uniti si ritirino dagli accordi di Parigi […] un cambio di posizione degli Stati Uniti sarebbe un passo indietro […] ma la trasformazione è iniziata, e credo sia inarrestabile.”

In conclusione, il “Energy Independence” si presenta come un chiaro campanello d’allarme per gli Stati Uniti: la perdita di leadership in un campo cruciale e delicato come il clima si aggiunge alle numerose sfide riguardanti la supremazia economica, politica e militare che già da tempo gli USA si trovano ad affrontare. L’America è una religione che non ha i mezzi del suo credo, non più.

“Ma ormai bisogna prendere consapevolezza che siamo in una nuova era. La leadership globale degli Stati Uniti è finita. Dimenticate l’America del 1994-95, leader mondiale della produzione e del consumo e insieme potenza globale capace di dare indirizzo e visione alle altre nazioni. Una potenza arrogante, a volte, ma anche in grado di guidare il mondo con uno spirito costruttivo. Quell’America non esiste più il suo declino è iniziato da tempo”.

                                                                                                 (Jeffrey Sachs-L’espresso)

Alessandro Lazzarini

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