Quando la parola era politica: la retorica nel mondo antico

È da qualche anno che la politica sembra aver riscoperto il fascino e l’efficacia dell’oratoria. Più nello specifico, la politica di oggi, che gravita intorno all’immagine dell’ ”uomo forte”, vede una retorica di dimensione personalistica, fatta di toni roboanti, impennate, spettacolarizzazione della forma, che sopperisce a una povertà strutturale di contenuti, quando non alla loro totale inesistenza: l’esempio di Trump, evitando di tirare in ballo idee e movimenti politici italiani, può bastare.

Il risultato è quella che è stata definita come “post verità”. Poco importa se quanto l’oratore dice corrisponda effettivamente al vero: se le sue parole producono degli effetti negli uditori, se il coinvolgimento emotivo, mediatico, politico è sufficientemente forte, l’effettiva correttezza del discorso è poco più che qualche spicciolo.

Nell’epoca in cui le notizie viaggiano tra le instagram stories e le ricette vegan, chi mai si metterebbe a vagliare la veridicità di quanto l’uomo politico del momento va professando?

Fatto sta, l’oratoria sembra essere tornata uno strumento dell’agire politico. Prescindendo dalla qualità dei risultati oggi visibili, è interessante notare come si stia affermando nuovamente una consapevolezza che era ben chiara agli antichi: quella che un (buon) politico è, soprattutto, un politico che sa parlare bene, che è dotato in un certo qual modo di un’arte che lo contraddistingue come leader, che guida, per l’appunto, l’azione politica e gli animi di chi lo ascolta.

L'Arringatore.jpg
“L’arringatore,II-I sec. a.C,Firenze, Museo Archeologico Nazionale”

La concezione è antica: già i poemi omerici danno prova della raffinatezza e dell’efficacia dei discorsi di personaggi del calibro di Odisseo. In realtà, ed è questo un altro dei grandi patrimoni culturali che custodiamo in maniera assolutamente inconsapevole, gli antichi individuano come luogo di nascita della retorica l’Italia.

La fonte è Cicerone (Brutus, 46-47): con la caduta delle tirannidi della Sicilia greca (V sec. a.C), si sarebbe assistito alla proliferazione di processi e attività giuridica, portata avanti dai privati cittadini per entrare in possesso di quei beni di cui erano stati espropriati.

Di qui la necessità di affinare la pratica retorica, di conoscere l’arte della parola per poter perpetrare la propria causa dinanzi ad un tribunale, in un momento culturale in cui il cittadino era chiamato a difendersi da solo (diversa è la situazione a Roma, dove è contemplata la figura dell’avvocato). Nascono così le prime tekhnai, i primi manuali di retorica ad opera di autori per noi quasi sconosciuti, Corace e Tisia.

Dalla Sicilia, l’oratoria passerà poi ad Atene, che nel quinto secolo vive un milieu tra i più felici che la storia ricordi: è questo l’apogeo dell’età classica, della democrazia periclea, del lavorio instancabile dei tribunali, del teatro tragico, dell’imperialismo, della grande speculazione filosofica, della talassocrazia ateniese.

In un momento di sviluppo così febbrile, il cittadino che non vuole restare indietro sa che deve prendere parte alla vita politica, e che per farlo, per vedersi aperte le porte dei luoghi del potere, dai tribunali alle assemblee, deve essere oratore e apprendere la tekhne politikè, la virtù politica.

pnice
“La Pnice, la piattaforma sull’acropoli di Atene che fungeva da palco per gli oratori in età classica”

È questo il momento d’oro della sofistica, quella filosofia tanto irriverente quanto geniale che insegna dietro compenso l’arte sottilissima della parola, che riesce a fare del discorso peggiore il discorso migliore, che conosce e controlla tutti i moti dell’animo attraverso la forza della persuasione.

L’albero genealogico della retorica, fin qui ancora modesto, diviene sempre più rigoglioso, i rami si articolano in strutture sempre più complesse.

Nascono quelle ripartizioni che verranno poi codificate da Aristotele nella Retorica: l’oratoria giudiziaria, politica, epidittica (ossia, di encomio o di biasimo). Un modello che farà proprio Roma, attraverso le figure dei grandi oratori dell’età repubblicana, da Catone a Cicerone.

Eppure, con la fine della repubblica, qualcosa cambia. L’avvento del principato augusteo fa vacillare i rami di quell’albero fino ad ora così florido: quale può essere lo spazio della retorica, in un organismo in cui i poteri politico e giuridico sono nelle mani del princeps?

È così che l’oratoria esce dal foro ed entra nelle scuole: si ripiega progressivamente a mero esercizio virtuosistico, a giravolte stilistiche e colpi di scena corredati da ampio ricamo di preziose esibizioni di bravura, uno stravagante contenitore senza contenuto.

Ne nasce una profonda riflessione, ad opera degli intellettuali, de causis corruptae eloquentiae, sulle ragioni che hanno decretato il progressivo impoverimento dell’oratoria.

Le risposte più valide in Tacito e Quintiliano (rispettivamente, nel Dialogus de oratoribus e nell’ Institutio Oratoria). Il primo riflette sull’impossibilità di esercitare la retorica in un contesto in cui manca il suo presupposto fondamentale, la libertà politica; il secondo dà della crisi una risposta

etica, che ha come sua cura il modello del vir bonus dicendi peritus, dell’uomo probo abile nella parola. E se Tacito è stato geniale osservatore del suo tempo, Quintiliano sembra quasi (a suo insaputa) preannunciare la situazione in cui ci troviamo oggi. Non ci mancano gli strumenti, non ci mancano i luoghi, non ci mancano le capacità: ci mancano i boni viri.

Lorenzo Pizzoli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...