La Caruccetta e la Bestia

Venticinque e passa anni fa, la Bella e la Bestia veniva proposto come Miglior Film. Per la prima volta nella storia del cinema, un lungometraggio animato otteneva un riconoscimento simile. Quella nomination rappresenta certamente un definitivo sdoganamento per il cinema d’animazione, dopo oltre cinquant’anni di contributo all’industria cinematografica e alla cultura popolare, ma anche e soprattutto un premio ad un film eccellente.

Il capolavoro di Gary Trousdale e Kirk Wise è una delle tre colonne portanti del Rinascimento Disney, insieme a La Sirenetta ed Il Re Leone, ed è uno dei film più amati e popolari di sempre. Premi in ogni angolo del mondo, musical a Broadway, attrazioni in Florida e Giappone, tazze e pupazze fatte in Cina e stravendute in occidente, videogames e quindi il remake.

Le avventure di Belle e della Bestia seguono quelle meno belle di Alice nel Paese delle Meraviglie, firmate dal genio decadente Tim Burton, e quelle piene di belle bestie di Mowgli ne Il Libro della Giungla, divertente rifacimento diretto abilmente da Jon Favreau. “La Bella e la Bestia”, quello appena uscito, si inserisce, infatti, in un preciso piano strategico della Disney: il remake in live action dei suoi migliori classici d’animazione. Il problema è che con il film del 1991, siamo nel “più migliore assai”. Fare meglio era impossibile, fare uguale era difficile, fare peggio era facile, fare i democristiani era giusto.

Bill Condon, che già aveva riccamente smanettato nel mondo del fantasy dirigendo i capitoli conclusivi della saga di Twilight, confeziona un film ampiamente compromissorio che prova a rispettare il classico di riferimento, senza ossequiarlo, e a rinnovarlo, senza migliorarlo.

Lumiere.jpgSi espande la storia, senza impreziosire la trama.

Si aumenta il tempo di narrazione, senza rafforzare il ritmo.

Si salva la formula del musical, senza potenziare le canzoni.

Si protegge lo spazio dei memorabili personaggi comprimari, senza aumentarne lo spessore.

Si rivive senza riscoprire.

Ecco il vero problema de “La Bella e la Bestia” di questo confuso 2017: la presenza di carattere in assenza di un’anima. Misurarsi con un caposaldo della cinematografia ha costituito sicuramente un grande limite nella sperimentazione rendendo questo remake una più o meno fedele fotocopia nella forma, ma non nella sostanza.

Tutte le scene che hanno segnato diverse generazioni ci sono e sono anche piacevoli, ma private di un’effettiva potenza sentimentale e amputate dell’effetto sorpresa, risultano poco più che un amarcord.

“Stia con Noi”, con tanto di strizzata d’occhio all’India, quindi di terzo occhio, perde spettacolarità, così come il primo ballo fra la Bestia e Belle si celebra nella pura istituzionalità, trasformandosi da momento d’amore a opening dance alla Casa Bianca. Il regolare susseguirsi della sorprendente assenza di sorprese è garantito da Emma Watson che si ritrova ad interpretare una Belle abbastanza piatta, si parla di recitazione, non di reggipetto, lungi da me: Hermione è anche ambasciatrice ONU!

Eppure in un musical esistono infinite note, molte sono anche positive.

Gaston.jpgUna su tutti l’accoppiata, molto molto molto affiatata, fra Gaston e il suo fedele amichetto Le Tont. Un tanto bello quanto viscido Luke Evans è l’opportunista villain della storia che insieme ad un esplosivo Josh Gad condivide il numero migliore del film. “La canzone di Gaston” è il solo momento pienamente riuscito del nuovo “Beauty and the Beast” dove l’eredità del film del ’91 viene investita per creare qualcosa di inedito.

Davvero un peccato che la squallida querelle sul presunto rapporto omosessuale tra i due personaggi abbia oscurato le ottime interpretazioni degli attori, ma dopo tutto miss: c’est la France!

A chiudere il tris di performance ben riuscite e, soprattutto, sorprendenti ci pensa il mitico Kevin Kline che, accantonando il suo enorme potenziale comico, mette la sua romantica bravura al servizio del film divenendo un padre di Belle più intimo, profondo e coinvolgente. Solo un grande comico come lui è in grado di offrire un ventaglio di emozioni così differenti in un ruolo secondario. Non si coglie subito, ma è proprio a lui che è affidato il baricentro stilistico del film che sceglie di oscillare fra la tenera simpatia del film animato e la complessità emotiva del live action.

Non è un caso che tocchi proprio a Kevin Kline fare il garante della tenuta della baracca: lui era la voce di Febo nel Gobbo di Notre Dame diretto da Trousdale e Wise che, dopo la Bella e la Bestia, arricchivano il Rinascimento Disney con un altro classico del cinema d’animazione.

Classico che, purtroppo, non diverrà “La Bella e la Bestia” del 2017 che, come i suoi godibili predecessori, si appresta più ad incassare che ad incantare.

Malgrado ciò sarà veramente difficile rispondere “No” al canterino e reiterato invito “Stia con Noi!”.

Andrea Bonucci

(@AndreaBonucciUE )

P.S. Se non è stato scritto nulla riguardo “la Bestia” è perché chi scrive detesta parlar male dei film, soprattutto quelli della Disney.

P.P.S. Rivedersi l’originale prima o dopo la visione del remake è cosa buona e giusta: vedrete, ancora una volta, i cartoni animati dare una lezione agli esseri umani!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...