La grandezza di Federer nel declino dei Fab 4

In quel di Indian Wells, nel primo Masters 1000 della stagione, si sta profilando sempre di più all’orizzonte la fine di un’era, forse la più scintillante del tennis post-moderno, quella dei Fab4. Murray out, Djokovic out, Nadal out, Federer in (e non è un caso).

La sensazione che fossimo al capolinea di un ciclo in realtà la si era già iniziata a percepire a Wimbledon dello scorso anno a causa della clamorosa eliminazione di Djokovic al terzo turno per mano di un Sam Querrey qualunque. Certo, dopo aver completato da appena un mese, in quel di Parigi, il tanto agognato Career Slam con la vittoria del Roland Garros un calo è lecito, anzi fisiologico.

Ma poi ecco arrivare subito l’estate ed il cemento americano, ed ecco un altro segnale: Djokovic perde l’ennesima finale di uno Slam con Wawrinka. Quel satanasso di Stan, certo, ma il modo in cui questa sconfitta arriva è roba del tutto sconosciuta fino ad allora.

Terzo indizio, novembre 2016: arriva l’ufficialità della fine dell’imbattibilità di Nole. Murray lo stende nell’atto conclusivo delle Finals e gli toglie anche lo scettro da numero 1, il re è nudo, buon anno a tutti.

Ma il 2017 si apre sparigliando ancora di più le carte, e si deduce immediatamente che il buon Andy non potrà mai instaurare una dittatura britannica sulla falsa riga di quella serba appena terminata.

Melbourne ci racconta che la finale del primo slam dell’anno, infatti, è la più impronosticabile alla vigilia, Federer contro Nadal, non siamo mai stati tanto amanti del vintage.

E se si pensa al fatto che Roger l’ha vinta, e l’ha vinta al quinto contro Rafa, a quasi 36 anni, dopo più di 3 ore e mezza, allora non ci sono più dubbi: l’era dei Fab4 è finita.

Ma Federer è un Fab4, forse anche il più illustre, ed allora come si spiega questa affermazione? Semplicemente perché il basilese è sempre stato l’unico dei 4 che non ha mai basato sulla tenuta fisica il suo gioco, ma piuttosto sulla classe, sulle accelerazioni, sull’anticipo, in una parola, sul genio. E quindi non sorprende che mentre i corpi perfetti dei suoi 3 arcirivali iniziano a scricchiolare con l’età, e di pari passo i risultati, lui, che è pure di un lustro più anziano, ancora splende.

Ovviamente tutti sono perfettamente consapevoli che anche Roger, sebbene ogni tanto si abbiano dei dubbi al riguardo, è umano e come tale non è eterno.

Ed è per questo motivo che con un Nick Kyrgios che in due settimane batte 2 volte Djokovic senza lasciargli un set, con un Murray che nel 2017 non sembrerebbe mai essere il numero 1 al mondo e con un Nadal che ora sta iniziando a perdere anche da Federer con una certa regolarità, la domanda pare legittima, si è davvero chiusa l’era tennistica più straordinaria di sempre?

Fabrizio Como

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