Edouard, Parigi e Milano

Certe persone nascono postume: questo fu il destino di Edouard Manet (1832-1883), borghese altolocato, ribelle, parigino nel sangue, artista rivoluzionario che cavalcò l’onda del cambiamento sociale e artistico del secondo Ottocento francese, creando coi suoi colleghi e rivali l’Impressionismo e una nuova visione dell’arte. A lui e alla sua Parigi è dedicata la mostra “Manet e la Parigi moderna” al piano nobile del Palazzo Reale di Milano, aperta l’8 marzo e che chiuderà il 2 luglio 2017.

In un percorso breve e concentrato di dieci stanze e capitoli, la mostra accosta le opere del pittore (17 dei suoi più famosi dipinti dall’Orsay e 10 tra acquerelli e disegni) con quelle degli artisti attivi all’epoca. Il pubblico non potrà vedere in questo scenario “Olympia” né la “Colazione sull’erba”, troppo importanti per essere ceduti, ma questo non tocca il nostro pensiero, una volta che ci si trova dentro quelle sale.

Il contesto in cui operano gli impressionisti è descritto col suo nuovo volto (che porta la firma del barone Haussmann, urbanista di Napoleone III), il suo lusso e senso profondo, che essi stessi si erano assunti il compito di ritrarre. Una frase di Baudelaire è esplicativa dell’intento: “Il vero pittore sarà colui che saprà strappare alla vita odierna il suo lato epico”.

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Con Manet e i suoi colleghi, la Parigi borghese e capitalista dell’ultimo Ottocento trova gli occhi per guardare se stessa all’infuori delle Accademie e del Salon: la pittura vibra, ma non col calore di un Velázquez, il vortice tumultuoso di Turner o lo stile delle incisioni nipponiche, che pure li avevano ispirati. Gli artisti vogliono il dominio del colore sulla forma, la velocità con pennellate forti ed essenziali unite su sfondi e corpi in sintonia col proprio tempo, come se fossero visti ed immortalati in un attimo che fugge e che ha solo il tempo di farsi vedere dal pittore. Il pennello lavora per sottrazione, cristallizza ed esalta la luce colle sue variazioni, senza toccare la forza e la purezza del pigmento.

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Manet, orgoglioso quanto all’avanguardia, lavora per flussi di pittura che si stagliano sulla tela con campiture di colore, un ritmo musicale degli accostamenti, che danno al soggetto deformazioni visive grazie al tratto e il fascino sottile dell’indefinito, come se si vedesse attraverso l’acqua o il vetro di un bicchiere. I più attenti potranno poi godere della sua sapienza citazionista che rende omaggio all’idolo Velázquez, a Goya, alla cultura spagnola che portò in Francia una grande carica vitale (si ricordi la “Carmen” di Bizet). In questo settore, da segnalare ci sono “Lola di Valencia” (1863) e il simbolo stesso della mostra, “Il pifferaio” (1866).

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Il percorso ci porta poi davanti ai quadri “borghesi” come il criticatissimo “Il balcone” (1868), in cui troviamo la sua modella e cognata pittrice Berthe Morisot; il ritratto di Émile Zola (1868) in onore dell’amico scrittore e della ritrattistica rinascimentale; “La lettura” (1865-1873) in cui vediamo sua moglie Suzanne in un’ esplosione di bianco con il figlio alla sua destra; gli autobiografici temi marini, le sue celebri nature inanimate coi suoi fiori preferiti, le peonie. Attorno a questi lavori gravitano opere come “Les Tuileries” di Monet, i calchi per le statue esterne dell’Opéra di Carpeaux, “Giovane donna in tenuta da ballo” della Morisot, “Festa al Moulin Rouge” di Boldini, “Giovane donna con veletta” di Renoir.

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Il corpo dell’esposizione rende quindi giustizia ad un pittore grandissimo, ma il suo scopo vero è spaziare per contestualizzare Manet ed il suo lavoro all’interno di un tempo, quello irripetibile della Parigi ribollente che lo ha generato e da cui non potrà mai essere scisso. Di sicuro non si rimarrà delusi.

Orari:  Lunedì: 14:30 – 19:30;  Martedì, Mercoledì, Venerdì e Domenica: 09:30 – 19:30; Giovedì e Sabato: 09:30 – 22:30

Prezzi: 12€ intero, 10€ ridotto per visitatori da 6 ai 26 anni

Piazza Duomo, 12 20122 – Milano

Dall’8 marzo al 2 luglio 2017

Antonio Canzoniere

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