Atene vs Gucci: se la Grecia dimentica chi è

È di qualche tempo fa la notizia di tensioni sorte tra la storica casa di moda italiana Gucci e il Kas, la commissione archeologica della Grecia, in merito all’uso dell’Acropoli ad Atene: nello specifico, Gucci avrebbe inoltrato una richiesta per utilizzare il sito archeologico per poco più di un quarto d’ora per una sfilata di moda, dietro il pagamento di 56 milioni tra affitto e diritti pubblicitari. La risposta greca, secca e definitiva, è che un patrimonio culturale con una storia sacra fondativa della civiltà greca come il Partenone non può essere svenduto e ceduto ad una mera operazione commerciale, umiliando il peso storico che il sito custodisce da millenni. La questione è stata variamente accolta, relegata a un battibecco da gossip o salutata come un’alzata di testa della Grecia, che non rinuncia al suo orgoglio nazionale e alla sua eredità storica nonostante la crisi in atto – a cui, diciamolo chiaramente, 56 milioni avrebbero fatto non poco comodo-.

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Modelle posano per Christian Dior sotto le Cariatidi dell’Eretteo, 1951.

Correndo il rischio di generalizzare, si può azzardare e dire che la vicenda, che sarà dimenticata nel giro di quale giorno, è emblematica di una visione dell’antico che si è ormai imposta nella modernità. In altre parole, il rifiuto di Atene, motivato dalla volontà di preservare un patrimonio storico e culturale di inestimabile valore, la dice lunga su come la classicità sia vista nel presente. Non c’è da meravigliarsi che l’antico riscuota oggi ben poco successo: e il problema risiede proprio in questo trattamento museale, ai limiti del fanatico, che si è imposto come una sorta di “dittatura neoclassica”. I pezzi da museo sono belli, capolavori per carità, ma non si possono toccare, e non nel senso fisico, ma nel più profondo senso esistenziale e ideale: le opere di marmo di secoli fa si guardano e basta, non vengono più interrogate, non si chiede più loro cosa abbiano ancora da dare alla modernità: una fine un po’ misera per un tempio che è stato l’emblema della grandezza di Fidia e della Grecia classica, di un impero marittimo, saccheggiato dai persiani e assurto a monumento di orgoglio culturale panellenico e di democrazia, ultimo testimone della religione pagana, trasformato in chiesa, moschea, polveriera da sparo, manifesto dell’indipendenza greca. Un capolavoro che ha una storia vivissima, e che oggi si tratta come una malato di cuore, con tutte le precauzioni possibili per evitare che diventi un po’ troppo malconcio: il Partenone si guarda, ma rimane lì, nessuno lo usa.

Un comportamento di tal genere dimostra come si sia persa una certa visione dell’antico, di un momento vero e pulsante della storia dell’umanità. Si è persa concezione di quello che Domenico Musti, uno dei massimi studiosi della grecità, ha definito il “miracolo Greco”: ossia, quello di una natura che si fa cultura, senza mai smettere di essere natura. […] la capacità di trasferire tutto sul terreno della idealità […] ribaltando però una base di partenza che è realistica, naturalistica, utilitaristica, passionale, sensuale.” (D. Musti, “Storia Greca”, p. 6)

È questa visione appassionata, sensuale, che ci manca dell’antico, che abbiamo quasi paura di riconoscergli, ormai abituati alla perfezione del marmo freddo e levigatissimo. La stessa visione che era tutta propria del genio architettonico greco, che per una sfilata di moda sarebbe, senza dubbio alcuno, il miglior sponsor:

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Modello di ordine ionico, Julien David LeRoy, 1758.

Nella ricerca di un nuovo genere di bellezza, trasmutarono la delicatezza femminile in colonne. […] Sui capitelli posero volute, che pendessero alla destra e alla sinistra come riccioli ondulati a mo’ di acconciatura […], e tracciarono giù lungo tutto il fusto della colonna delle scalanature, che imitassero i drappeggi delle vesti delle donne: così si ispirarono […] alla raffinatezza, agli ornamenti e alle proporzioni femminili”

(Vitruvio, De Architectura: l’invenzione dell’ordine ionico, IV 1.7 )

Insomma, Atene ha forse dimenticato che proprio sull’Acropoli, Poseidone e Atena sono venuti a contesa sul dono migliore da fare alla città: e che la dea, cui il Partenone è dedicato, ha donato alla città una umilissima pianta d’ulivo. Ora un ulivo non saranno esattamente 56 milioni, ma è allo stesso modo un elemento terreno, naturale, materiale. E se a fare un simile dono è stata la dea della Sapienza in persona, la cosa dovrebbe farci pensare.

Lorenzo Pizzoli

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