Il Fillon da torcere

Ovvero: Perché l’aver giocato col giustizialismo rischia di far perdere le elezioni presidenziali a François Fillon

“Immaginereste mai il generale de Gaulle messo sotto inchiesta? PFUI”. Il “PFUI” lo offre la casa, ma il resto della frase è stato pronunciato qualche mese fa dal candidato del centrodestra francese poco prima di essere plebiscitato alle primarie della sua famiglia politica. Bei tempi per François Fillon, il Piero Fassino della destra francese, che, dopo tanti anni, finalmente, e anche sorprendentemente, vedeva l’Eliseo a portata di mano. E quando si ha la presidenza della repubblica a portata di mano si scomoda de Gaulle. In verità de Gaulle lo si scomoda quasi per tutto in Francia, dalle rotatorie agli aeroporti, e come resistere? Eppure Fillon ha rievocato il glorioso ed integerrimo spirito di uno fra i migliori statisti del mondo più che per tracciare una rotta politica per sferrare un colpo del K.O. . Era il terzo uomo dietro due pesi massimi della destra francese: l’ex Primo Ministro Alain Juppé e l’ex Presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy. Come camuffare un palese e rovinoso gap di competenza, carisma e legittimità? Semplice, con la classica carta del bluff politico: il moralismo. O meglio, il giustizialismo.

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Fillon, forte della sua trentennale lontananza da qualsivoglia scandalo giudiziario o pettegolezzo legale, suona la carica contro il pregiudicato Juppé, che si addossò le colpe delle tangenti alla Mairie de Paris pur di salvare il presenziabile posteriore di Jacques Chirac, e, soprattutto,  contro il martoriato Sarkozy, accusato di tutto, guerre puniche incluse, anzi guerre libiche. Ecco che l’ex primo ministro, giocando la carta della verginella, conquista il cuore dei francesi che, con grande trasporto, lo acclamano campione della destra e del centro quindi grande favorito per la vittoria finale. È un terremoto. Immaginatevi la scena: Fassino elimina Renzi al primo turno e polverizza D’Alema al ballottaggio. Non riuscite, n’est-ce pas? E nemmeno i francesi che, tempo un centinaio di giorni, scaricano il loro presidente in pectore. Inizia l’Odissea per Fillon che, da brav’Odisseo, dovrà vedersela con sua moglie Penelope. La misteriosa e gallese moglie dell’ex Primo Ministro di Francia è sempre stata inspiegabilmente lontana dalla campagna del marito. Eppure parrebbe esserne la collaboratrice le cui preziose competenze sono costate allo stato francese quasi un milione di Euro. Illegale? Non esattamente. Imbarazzante? Sicuramente.

Ed ecco che il bacchettone Fillon inizia ad essere più morbido difendendo dapprima la sua sposa e garantendo che, in caso di messa sotto inchiesta, non avrebbe mantenuto la sua candidatura. Non sia mai! Ve lo immaginate de Gaulle messo sotto inchiesta? De Gaulle no, Fillon sì. Tempo un altro paio di settimane e si scopre che la moglie Penelope avrebbe semplicemente preso i denari pubblici senza troppe consulenze e così anche i due figlioli dell’affiatata coppia di sposi.

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Fillon è ormai sotto inchiesta e decide di defenestrare immantinente il suo manuale di codice etico per scoprire il sempreverde vocabolario del garantismo. E via con i patetici classici della dialettica dalla “presunzione d’innocenza fino alla fine dei processi” alla “giustizia ad orologeria” passando per “sono un perseguitato con i poteri forti contro!”. Un ventaglio di buone argomentazioni, gettonatissime ultimamente fra Montecitorio e il Campidoglio, meno buone per l’Hexagone. I francesi non se la bevono e, insieme ad una masnada di dirigenti vigliacconi del centrodestra gaullista, abbandonano il candidato François che però non lascia, anzi raddoppia ed in modo pirotecnico. Ai numerosi “Ti ritiri tu?” Fillon risponde con il “Tarataratà!”.  Gli elettori lo pregano di andarsene e lui organizza una grande manifestazione al Trocadero. Il partito gli impone moderazione e lui parte con il complotto dei giudici e delle lobby. Gli altri candidati gli domandano chiarezza e lui li attacca in modo virulento. Il paese gli chiede di ritirarsi e lui, a quanto pare, resta.

François Fillon, che ha ottenuto un consenso popolare senza eguali alle primarie del centrodestra, resiste. Non vuole e non accetta che l’elezione presidenziale più importante degli ultimi trent’anni della storia di Francia sia decisa dai magistrati. Non accetta che il suo paese sia costretto a scegliere tra un banchiere della Rothschild e una figlia d’arte assai pericolosa. François Fillon resiste, come de Gaulle.

E, come de Gaulle, rischia un esilio forzato. Il suo partito è ad un passo dal destituirlo, i suoi avversari lo staccano di svariati punti e oltre il 70% dei francesi non lo vuole più vedere in corsa.

All’indomani della sua vittoria, questo giornale parlava di una Francia “Appesa ad un Fillon”. Oggi, alla vigilia di una sua probabile sconfitta, si limita a dire che ci darà a cora molto “Fillon da torcere”.

Andrea Bonucci

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