Tutto su Jackie Kennedy, o quasi

Jackie. Una donna, un nome, un’icona. Il regista cileno Pablo Larrain ha provato a renderle giustizia nel suo film biografico uscito a febbraio, che ha candidato la protagonista Natalie Portman agli Oscar come migliore attrice protagonista. Una Portman impeccabile, composta negli abiti color pastello di alta sartoria della First Lady, decisa e consapevole.

È così che la descrive Theodore H. White, il giornalista che bussa alla sua porta in un pomeriggio autunnale, innalzando una tempesta di domande provocatorie, figlie della brama giornalistica del conoscere. Ma Jackie non si scandalizza davanti alle provocazioni: nei tre anni passati accanto al marito presidente ha imparato a dare ai media un’immagine di sé stessa che non cambierà con la scomparsa del marito, anzi diverrà più forte.

Il merito che va riconosciuto alla ex First Lady, e al regista Larrain, è quello di non aver lasciato nulla al caso, dalla tonalità delle pareti della Casa Bianca, che da residenza presidenziale viene trasformata in un percorso artistico nel panorama storiografico di chi l’ha abitata prima della famiglia Kennedy, all’organizzazione del funerale del defunto marito.

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Sarà proprio il corteo funebre ad innescare l’ira e al tempo stesso la furbizia di Jackie, che per fare di testa sua si scontrerà con il minore dei Kennedy, Robert, interpretato da un impacciato Peter Sarsgaard. L’organizzazione di un corteo funebre maestoso, con cavalli e capi di stato che percorrono le stesse strade che percorsero i propri predecessori nel 1865, quando a solcare le strade di Washington erano le spoglie di un altro Presidente ucciso durante il suo mandato, Abraham Lincoln.

Il riferimento a quest’ultimo è ricorrente nel corso della pellicola: dai suoi ritratti esposti nelle stanze della residenza presidenziale alle frequenti domande che Jackie Kennedy, ormai vedova, pone ad autisti e dipendenti della Casa Bianca. Tra una sigaretta e un cambio d’abito o di gioielli, il primo piano di Natalie Portman incorniciato in un’acconciatura anni sessanta, con le labbra socchiuse e il viso spesso solcato dalle lacrime: se quelle che versa di fronte alle telecamere siano vere o meno non è scontato, perché nel racconto di Larraín, Jackie ricorda un personaggio pirandelliano. Per quanto la si possa guardare negli occhi si ha comunque la sensazione che il suo sguardo sia oscurato dal velo portato in segno di lutto durante il corteo funebre del marito.

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La prova più grande la si osserva quando Jackie, da First Lady diventa “Momy”, nel dialogo con i due figli Caroline e Patrick sulla morte del padre: una piccola bugia abbellita come una favola raccontata a dei bambini è l’emblema della pellicola, se non il messaggio espresso anche nella citazione della First Lady “Arriva un punto in cui le persone di cui leggiamo sono più reali di quelle che ci sono a fianco”.

Francesca Lanzillota

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