“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”

Sono ormai svariati anni che il settore della cultura soffre una crisi che non può attribuirsi soltanto alle conseguenze di quella economica e finanziaria di nove anni fa: teatri lirici, orchestre sinfoniche e corpi di ballo sparsi in tutto il territorio italiano, simboli di una cultura radicata in ogni angolo del Paese che vantano un’eccellenza invidiabile, costretti a ridurre all’osso la propria attività. Nel 1996 la prima legge a puntare alla privatizzazione delle varie istituzioni: da quel momento in poi, nessuno, compresa la stampa, si è occupato più di tanto di tentare di frenare il destino che sembrava ormai profilarsi. Nel 2010 un altro, durissimo colpo: con la legge 100, Bondi stila una gerarchia delle quattordici fondazioni più prolifere e per le altre diventa assai arduo ricevere dei finanziamenti. Con la legge Bray (112/2013) si inserisce per la prima volta un piano di risanamento di tre anni per le aziende (perché ormai è il caso che vengano chiamate così) in difficoltà; ma per tempi così brevi che l’unica opportunità di fatto è tagliare il personale. Un’operazione che, a ben vedere, non è risultata tanto difficile da applicare; contestualmente all’emanazione di queste leggi, infatti, inizia una propaganda diffamante nei confronti dei dipendenti del settore musicale: fantomatici rimborsi a tre zeri, stipendi contestati come a quelli di onorevoli e senatori, orari di lavoro di qualche ora alla settimana. Solo col tempo, e a colpi di querele, si tenta di sfatare questi falsi miti; eppure, le loro richieste non sono state ancora ascoltate, e con la legge 160 del 2016 lo scenario appare ancora più negativo: i nostri legislatori sembrano non capire che se è pur vero che il 70% dei fondi è diretto agli stipendi del personale, per produrre un allestimento d’opera occorrono molte persone tra coro, orchestra, danzatori e tecnici. Attraverso queste ultime leggi, invece, non si fa altro che trasformare i teatri in contenitori vuoti, in cui ad eseguire sporadiche performance non sono più i professionisti di cui oggi possiamo vantarci, ma esterni assunti con contratti di pochi giorni.

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La linea dell’attuale governo non sembra accennare alcun cambiamento di rotta; lunedì scorso erano in piazza a Roma i dipendenti di molti teatri italiani a contestare l’articolo 24 della legge 160 del 2016 contro il declassamento delle fondazioni e uno Stato sempre più disinteressato che continua a promuovere con fondi orchestre e teatri in grado di raggiungere il piano prefissato, facendo sprofondare tutti gli altri. Così i fondi stanziati, fra l’altro tra i più bassi d’Europa, non fanno altro che rimpinguare le casse già piene, grazie agli sponsor, dei due inaffondabili -Teatro alla Scala e l’Accademia di Santa Cecilia, che godono tra l’altro di una legge ad hoc in quanto “eccellenze”.

A tentare di difendere la posizione dei dipendenti del settore musicale è stato Fabio Morbidelli, controfagotto del Teatro dell’Opera di Roma, alla seduta del Senato dello scorso martedì: ha ribadito di non voler affatto escludere l’opzione dell’entrata dei privati, ma non nella gestione del personale che, come sancito dalla Costituzione e dalla legge 800 del 1967 sulla “centralità delle fondazioni lirico-sinfoniche per la funzione formativa sociale e culturale”, non può fare a meno dei fondi stanziati dal ministero. L’opera dei privati, aggiunge, sarà fondante per ampliare l’offerta di ogni istituzione e garantire una vera gestione manageriale ai teatri, richiesta da molto tempo. Soltanto in questo modo sarà possibile ridare alla musica il prestigio che le spetta.

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E quando ci domandiamo della scarsa preparazione, in particolare delle nostre ultime generazioni, non si può non trovare la risposta in questi pochi dati: l’investimento del PIL italiano nel settore culturale è pari allo 0,3%, oltre un punto sotto la media europea. Quando non è lo Stato in primis a puntare su una cultura d’eccellenza, i risultati si ripercuotono sull’intera popolazione; e se l’Italia può ancora giocarsi l’ultima carta di patria della lirica e della musica classica, non può continuare a voltarsi dall’altra parte, e non ascoltare chi con la musica ha coronato la sua vita.

Rachele De Angelis

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