Tra oligarchi e generali

È opinione comune quella di considerare la figura del presidente alla stregua di un monarca, dotato di poteri immensi e capace di gestire e plasmare la politica americana “Motu Proprio”.

Il merito di questa mistificata percezione è senza dubbio attribuibile alla macchina mediatica, la cui frenetica e martellante propaganda conferisce alla presidenza un’aura e un prestigio che vanno ben aldilà della realtà delle cose.

L’esecutivo, di cui il presidente è capo, rappresenta solo uno dei pilastri che compongono il sistema politico americano, non è sovraordinato ad esso.

Tale sistema di contenimento, si basa sulla decisa divisione dei poteri fondamentali tra Corte Suprema, Congresso ed esecutivo. Ogni presidente deve confrontare le proprie intenzioni con quelle del congresso, della burocrazia federale, delle agenzie e della corte suprema: un dedalo da cui è difficile districarsi senza cedere a compromessi.

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Accanto a questi limiti costituzionalmente legittimi si erge un poderoso complesso di natura militare e industriale che svolge un ruolo di primo piano nel definire e orientare il processo di policy making.

Al termine del suo mandato, Dwight D. Eisenhower mise in guardia la nazione riguardo al pericolo che questo manifesto intreccio di interessi rappresenta per la società americana:

“Questa congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari ed un’enorme industria di armamenti è nuovo nell’esperienza americana. L’influenza totale nell’economia, nella politica, anche nella spiritualità; viene sentita in ogni città, in ogni organismo statale, in ogni ufficio del governo federale. Noi riconosciamo il bisogno imperativo di questo sviluppo. Ma tuttavia non dobbiamo mancare di comprendere le sue gravi implicazioni. La nostra filosofia ed etica, le nostre risorse ed il nostro stile di vita vengono coinvolti; la struttura portante della nostra società.”

In maniera ben più evidente rispetto alle precedenti, l’amministrazione Trump è ampiamente costituita da esponenti del settore militare o industrial-finanziario, tutti dotati di una forte leadership e di capacità decisionale.

Tra le nomine più discusse e acclamate si distinguono i generali James Mattis e John Kelly nominati rispettivamente alla Homeland Security e al dipartimento della difesa, Rex Tillon (ex CEO della Exxon Mobil) al dipartimento di stato.

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Di particolare importanza è poi la nomina di Herbert Raymond “H. R.” McMaster come come consigliere alla sicurezza nazionale.

McMaster è un pluridecorato generale, eroe di guerra nonché autore di numerosi saggi. Un vero e proprio “Intellectual warrior” come affermato da David Ignatius sul “Washington Post”.

Trump ha occupato i principali posti dell’amministrazione federale con personaggi capaci, per risorse e/o capacità di influenzare e dirigere le scelte dell’esecutivo.

Come sottolineato da Alberto Negri su “il sole 24 ore” “A dispetto dell’immagine pubblica, il presidente americano viene descritto da dentro come una figura influenzabile: ha poche incrollabili convinzioni ma allo stesso tempo la sua visione del mondo è così scarna che per governare la superpotenza deve fare affidamento sui consigli degli altri.”

La fondamentale differenza rispetto al passato non è la costituzione ex-novo di un legame triangolare tra politica, forze armate e corporations, sempre presente ed attivo dal secondo dopoguerra, ma la sua chiara e manifesta ostentazione di fronte al mondo.

Trump ha dato un volto all’America e al suo patologico stato di salute, aggredito da una ristrettissima élite fondata sulla ricchezza e sul potere militare.

“Abbiamo parlato della corruzione politica, economica, morale e sociale nel sistema dominante degli Usa per più di 30 anni, ma ora è arrivato questo uomo e durante e dopo le elezioni, apertamente e palesemente, ha rivelato tutto”

(Ayatollah Sayyed Ali Khamenei)

Alessandro Lazzarini

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