Il doppio taglio della ‘Sglobalizzazione’

Negli ultimi anni sembra che l’intero sistema della globalizzazione sembra aver raggiunto il suo massimo picco negli anni precedenti al 2007-2008 e che, a seguito dello scoppio della bolla immobiliare americana e la successiva recessione economica mondiale, stia regredendo.

Chiaramente, parliamo della globalizzazione intesa nella sua accezione strettamente economica: scambi commerciali tra paesi, internazionalizzazione delle catene produttive, delocalizzazione ecc.

Nel periodo precedente alla profonda crisi del 07-08 il commercio internazionale è cresciuto annualmente del 6 %. L’economia mondiale è aumentata parallelamente del 3% l’anno. Invece, dal periodo di inizio del ‘08 fino ai giorni nostri, i numeri sono stati dimezzati. Viene naturale chiedersi il perché.

Il fondo monetario internazionale (Fmi) e alcuni dei migliori centri di ricerca economica fmi-fondo-monetario-internazionaleinternazionale hanno cercato di fornire delle risposte.

Innanzitutto, per quanto le grandi economie emergenti abbiano fatto notevoli passi avanti e sebbene questi mercati rimangano promettenti, non sono più quelle appetibili risorse che erano circa 20 anni fa. A conseguenza di ciò, la crescita economica mondiale ha rallentato il proprio corso, principalmente a causa delle difficoltà di Stati Uniti, Europa e Cina, la quale, quest’ultima, ha visto ridurre notevolmente le proprie previsioni di crescita annuali dal 10% al 6,6 %. Numeri senza dubbio invidiabili per un’economia europea ma non per un paese enorme e così fondamentale come quello cinese.

Fino agli ultimi anni 2000 il governo di Pechino ha finanziato enormi opere infrastrutturali ed edilizie con lo scopo di modernizzare il paese e rendere accessibile il mondo urbano a migliaia di contadini da esso esclusi. Quando i valori immobiliari ed edilizi scenderanno (e presto o tardi succederà, proprio come è successo negli Stati Uniti), Pechino si precipiterà a salvare i propri creditori delle banche cinesi, così alzando il proprio debito sovrano. Secondo molti, la bolla asiatica aspetta solo di esplodere.

Questo evento avrebbe delle conseguenze tragiche per l’intera economia mondiale. Un ipotetico crack del sistema economico cinese trascinerebbe con sé le economie del Pacifico e avrebbe degli effetti ancor più gravi della crisi del 07/08 nelle economie occidentali.

Alla luce di questo scenario non esaltante e decisamente non promettente del futuro economico globale, il Fmi ha sostiene la necessità dell’implementazione e del miglioramento del sistema globalizzato di libero mercato. Ora, volendo prendere per vere questa affermazione (una sorta di inno alla globalizzazione commerciale), i numerosi proclami, futuri e presenti, dell’attuale presidente degli Stati Uniti non sembrano essere in linea con questo tipo di politica economica.20170110_trump_xi_article_main_image

Infatti, una recente nota dell’Fmi sottolinea come il protezionismo è in sensibile crescita. Ed espressione di tale aumento sono senz’altro le volontà del presidente Trump di porre freno al TTP e TTIP, nonché di cancellare ogni traccia di quel pivot to Asia, politico ed economico, fortemente voluto dall’amministrazione Obama.

La Cina fa paura, soprattutto agli Stati Uniti. È il maggiore creditore dell’America e basta che venda una frazione di bond in suo possesso perché le quotazioni degli stessi crollino e gli interessi salgano, con conseguenze immediate per le finanze americane. E se ciò dovesse avvenire, potrebbe essere innescata una ‘sfavillante’ guerra valutaria.

Solo il tempo ci dirà quale tra il bastone di Trump o la carota di Obama sarà stato lo strumento più efficace nei sottili equilibri geopolitici ed economici mondiali. La strategia del former president ha preso tempo. Quella del nuovo presidente sempre essere più aggressiva e spregiudicata. Ebbene, entrambe dirette a risolvere una situazione ormai non più controllabile da tempo.

Matteo Scalabrino

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