Le Invasioni dei Bar-Bari #7

Dover arrivare al bar senza automobile è la punizione più grave che potesse capitarmi.

Quando sono uscito per andare alla fermata del 722 splendeva il sole. Poco a poco, di pari passo con il mio umore, il cielo si è rannuvolato. Ormai sono sull’autobus, ma devo cambiarne due e fra poco piove, lo so. Ne verrà giù abbastanza per bagnarmi per bene, non quella fina fina che ci cammini sotto, come diceva Forrest, ma quella forte che come Forrest ti ci fa diventare.

E non ho l’ombrello. Io non credo negli ombrelli. Credo nella forza riparante di un sorriso. E degli Earth, Wind and Fire. Ecco, pe’ ‘sta cosa tra un po’ sarò fradicio come un cocker bagnato. Febbraio ha un nome profetico. Sento in me crescere i primi sintomi della febbre ebolica. Da come scotto, probabilmente non arriverò vivo alla prossima fermata. Mi tocco la fronte. Saranno almeno 37,3. Vi ho voluto bene.

Davanti a me ci sono due vecchietti seduti al posto dei vecchietti. Il simbolo indica uno status, non certo difficoltà a camminare. Uno parla da quando sono salito, l’altro, ascolta annuendo e borbottando qualcosa con fare complice e comprensivo. Apprendo che Fulvia, quella del terzo piano, ha fatto ricorso contro la decisione di rifare i balconi, a lei frega cazzo di rifare i balconi tanto non ci va mai e, comunque, anche se ne dovesse staccare un pezzo, ‘sticazzi, finirà sicuro in testa a uno che se lo merita.

È passato dall’urologo e ha cambiato le pasticche, quelle che usava prima davano troppi problemi e non andavano bene. Anche l’oculista gli ha fatto cambiare le gocce, non servono a un cazzo, ma almeno costano meno. Compare Franco è morto. Cugino Alberto, pure. Il figlio di Rosangela, che te lo dico a fare. Rosangela stessa, non sta bene. Pòra Marlise lo diceva sempre, mejo annassene pe’ primi che poi te rompi pure il cazzo a dove’ anna’ a tutti sti funerali, porca troia, il numero della dettatura telegrammi l’ho dovuto mette in rubrica.

Finalmente, arrivati più o meno dalle parti di Cecchignola, silenzio. Guarda verso il finestrino: da quando sono salito non l’ho visto mettersi gocce, quindi direi che l’espressione “sguardo perso nel vuoto” ha un suo deciso perché. L’altro parla. “A mio nipote Carlo devono operarlo di prostata”. Il primo sobbalza. “E chi cazzo lo conosce a ‘sto Carlo?” Il secondo gli punta il dito addosso. “Abbello, nun te conosco e so’ venti minuti che me scassi il cazzo co’ i cavoli tua, MO’ TOCCA A ME”.

Se siete giù di morale, date retta: lascate perdere pasticchette, blu o meno, gocce e programmi televisivi. Fatevi un giro sui mezzi.

Paolo Palladino

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