Bisogna rifare gli italiani

Gli studenti universitari non sanno scrivere. 600 docenti firmano un appello al governo dove si suggeriscono dei provvedimenti.

Il primo bisogno d’Italia è che si formino italiani d’alti e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’italia ma non si fanno gl’Italiani.

Massimo D’Azeglio, I miei ricordi, 1899.

L’appello presentato al governo, firmato da 600 docenti e partito dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità, ha uno straziante carattere neo-risorgimentale. La questione italiana, nel nostro momento storico, è la questione italiano: gli studenti universitari non sanno la lingua. Nelle tesi di laurea infatti, i professori s’imbattono in errori che minano le basi della lingua: errori ortografici, sintattici, lessicali.

Per raggiungere un’adeguata conoscenza della propria lingua madre, nell’appello si auspica una riforma di livello nazionale che intervenga specialmente nel primo ciclo scolastico. Tra le proposte c’è l’istituzione di verifiche nazionali periodiche, basate su esercizi grammaticali, dettati ortografici ma anche comprensione del testo e riassunti. Viene suggerita, inoltre, la partecipazione di insegnanti delle scuole superiori agli esami di terza media.

Il fatto che si stia parlando di studenti universitari è indicativo. Significa che possiamo rintracciare tra le fonti principali di questa crisi i nuovi modelli di vita, il progressivo disinteresse per la lettura e l’esposizione eccessiva all’informazione digitale e ai social network. Le nuove tecnologie non possono essere demonizzate, certo è che non tutti ne sanno usufruire dandole il giusto spazio, evitando di essere soggetti ad un flusso digitale talvolta privo di zelo orto-sintattico.

Il problema della lingua, non riguarda tanto la mera scrittura di tesi che i professori sono costretti a correggere, ma riguarda la capacità di ragionare di un intero popolo. <<L’italiano non è “l’italiano”, ma il “ragionare”>> fa dire Leonardo Sciascia a un anziano professore in “Una storia semplice”. La crisi della lingua è la crisi del pensiero critico: senza gli strumenti per comprendere appieno la realtà abbiamo una semi-realtà, quindi una semi-cultura, infine dei semi-uomini.

Il richiamo orwelliano alla neo-lingua è chiaro: una lingua studiata ad arte per essere povera di contenuti e letteralmente mancante di termini così da impedire la comprensione del presente e della storia, rendendo gli individui incapaci di ragionare, quindi, sudditi. L’analfabetismo funzionale si lega indissolubilmente a quello strumentale, in un processo graduale che in Italia è stato coadiuvato da una certa incapacità politica di riformare un sistema vitale come quello dell’istruzione.

Al di là dei vari tentativi di riforma, sembra mancare, come viene espresso nell’appello, una vera volontà politica in direzione di un rinnovamento. Manca infatti l’investimento necessario in uno di quei motori della vita sociale, culturale ma anche economica del paese. Va ricordato che le difficoltà riscontrate nella lingua sono spesso accompagnate da un’incapacità di comprendere termini tecnici e di interpretare dati e grafici, motivo per cui il mondo del lavoro risulta sempre più impenetrabile. Il “nuovo Risorgimento” quindi, lungi dall’essere esclusivamente un movimento di rinascita culturale e linguistica, è un’esigenza economica.

Mattia Patriarca

 

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