Tout est pardonné

Perché l’ennesima vignetta non mi indigna più di tanto.

La tragedia dell’albergo di Rigopiano ha scosso il nostro Paese. A pochi mesi dal dramma di Amatrice, al terremoto si aggiunge la neve. Come non fosse bastato. In questo clima di lutto, più inopportuna che mai, arriva la solita vignetta di Charlie Hebdo. Brutta. Irrispettosa. Però non mi stupisce.

1) La vignetta è di pessimo gusto, non fa ridere e su questo ci sono pochi dubbi. Ma sinceramente, chi è che facendo uno sforzo di memoria se ne ricorda una non disturbante? Charlie Hebdo non ha mai pubblicato nulla di rispettoso, nemmeno dopo gli attentati di Parigi, Bruxelles o Istanbul. Perché avrebbe dovuto fare di meglio con noi?

charlie4.jpg2) L’hashtag #JeSuisCharlie è stato i tra i più popolari della storia post social, con quasi 3milioni e mezzo di usi poche ore dopo l’attacco alla redazione. Eppure mi guardo intorno evedo che tutti postano di non essersi mai sentiti Charlie. Comunque chi tappezzava la bacheca con qell’hashtag non intendeva schierarsi con un giornale che aveva insultato l’Islam. Anzi, un giornale che insultava cristiani, ebrei, musulmani e ogni forma di istituzione religiosa o politica. Nessuno stava dicendo “sparare alla redazione è sbagliato perché Charlie Hebdo ha ragione sulla religione”. Stavamo dicendo “condanniamo la violenza come risposta anche al peggiore degli insulti”. Perché il messaggio era più profondo: difendere la democrazia significa difendere il diritto a esprimere l’opinione più abominevole o stupida. Noi siamo questo. E la mancanza di rispetto è odiosa contro chiunque sia rivolta.

3) Pirandello diceva che è impossibile capirsi perché chi parla mette nelle parole una personale visione del mondo, ed è così quando parliamo di “satira” e di “parodia”. C’è una schizofrenia perché comunemente chiamiamo “satira” l’imitazione comica dei nostri costumi, quando in realtà quella che vediamo è una parodia. Invece la satira non fa necessariamente ridere ma deve farci riflettere: la satira è un pugno in faccia. Crea disgusto perché tocca delle corde profonde. Charlie Hebdo fa satira e per questo è dissacrante: tocca i valori più sacri della società, quelli verso i quali il senso comune impone un rispettoso tabù. E cosa c’è di più sacro della morte?

charlie1.jpg4) Charlie Hebdo non è la Francia. Prendersela con i Francesi per quello che scrive un loro giornale minore è come accusare l’intera Italia se un periodico locale scrive un articolo razzista. Basta guardare la tiratura del giornale, che prima dell’attentato arrivava appena alle 60.000 copie e solo dopo l’amara celebrità ha superato i tre milioni. Non è un caso se la sua tiratura era limitata: come dà fastidio a noi dà fastidio anche alla maggior parte dei francesi. Il suo cattivo gusto piace a una minoranza che non rispecchierà mai il pensare comune, volutamente. La verità è che nessuno di noi è mai stato Charlie, nemmeno quando dicevamo tutti di esserlo.

5) Per continuare a mantenere gli standard post-sparatoria il giornale deve continuare a vendere il che significa che deve continuare a far parlare di sé. Quindi, magari, oltre alla voglia genuina di fare satira, alla redazione avranno anche sviluppato un certo gusto per la polemica. Noi siamo qui a parlare di loro. Hanno vinto.

La satira deve straniare per far riflettere anche a costo di essere cinica. Nel caso specifico però la vignetta non mi ha fatto né riflettere né indignare. Purtroppo la mia reazione è stata l’indifferenza: era scontato che avrebbero pubblicato qualcosa di sfrontato. La reazione migliore, più che l’odio verso l’intera Francia, è stata l’ironia di chi ha pubblicato vignette di risposta, perché una risata è il mezzo più efficace per superare qualcosa di sgradevole. E ha mostrato al mondo che non ci piega nemmeno una valanga.

Victrix Causa diis placuit sed victa Catoni

Monsieur Pococurante

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