Paterson e la poetica del quotidiano.

“Paterson” non è un film comune. Come tutto il cinema di Jarmusch è atipico, originale, visivamente impeccabile e spesso anche irritante.

Il regista americano riprende le sue classiche atmosfere soffuse, caratterizzate dalla luce tipica delle opere di Edward Hopper. Per questo si è affidato al direttore della fotografia Fred Elmes. Un signore che ha lavorato, tra gli altri, con Lynch (Eraserhead, Velluto Blu, Cuore Selvaggio), Cassavetes e con lo stesso Jarmusch in “Coffee and cigarettes” e “Broken Flowers”.

Come nel suo lavoro precedente, “Solo gli amanti sopravvivono”, i personaggi sembrano muoversi in un mondo parallelo al nostro, in una dimensione quasi onirica dove il tempo si organizza indipendentemente dagli esseri umani. Emblematiche in questo senso le poesie “Another One” e “The Run”, scritte da Ron Padgett appositamente per il film.

Il protagonista si chiama Paterson, abita a Paterson, New Jersey, è un’autista di autobus epaterson-foto l’attore che lo interpreta fa Driver di cognome. E forse le scene ambientate nell’autobus sono le migliori. Rendono perfettamente quella sensazione di casualità ricorrente a cui ci sembra di assistere perennemente. In più, in uno di questi momenti, i protagonisti di Moonrise Kingdom discutono sull’anarchico italiano Gaetano Bresci, vissuto a Paterson, chiedendosi alla fine se esistano o meno altri anarchici nella cittadina. Indimenticabile. Nella prima sequenza la ragazza del protagonista gli racconta un sogno in cui la coppia aveva due gemelli. Per tutto il film Paterson vedrà (o immaginerà?) una lunga serie di gemelli che lo guardano mentre cammina o guida il suo autobus.

Questa è la caratteristica peculiare di “Paterson”, la continua serie di rimandi e collegamenti tra varie scene, vere e proprie figure retoriche prestate alla grammatica cinematografica. Qui poesia e cinema convivono, si confondono e si sovrappongono, letteralmente.

Perciò questo è un film intimo, personalissimo, che esprime la particolare poetica di Jarmusch, minimalista, attenta al dettaglio, che in Italia definiremmo “delle piccole cose”. Infatti la locandina italiana recita “la bellezza spesso si trova nelle piccole cose”. Che sì, è jarmuschuna caratteristica della poesia di “Paterson”, ma sarebbe riduttivo considerarla l’unica.

Paterson raccoglie piccole variazioni del quotidiano, vuole essere una celebrazione dei dettagli della vita. Ho scelto di raccontare una storia in cui non accade molto. La mia è un’opera priva di conflitti. Vede protagoniste due persone che si accettano per quello che sono, ma non credo di poter spiegare oltre.

In definitiva, proprio per questo suo essere personale e senza pretese universali, potrebbe non piacere a tutti in un primo momento. Ma con Jarmusch è sempre meglio rischiare, è uno di quei registi da cui si può sempre ricevere qualcosa, anche la noia, perché no?

Claudio De Angelis

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