Hard is better

La linea risoluta e sicura di Theresa May(be)

Dopo mesi di previsioni, tra incertezze e catastrofi annunciate, lo scorso martedì 17 gennaio Theresa May ha avuto nuovamente gli occhi del mondo intero puntati addosso, annunciando ufficialmente la linea del Regno Unito dopo l’uscita dall’Unione Europea. All’inizio di un anno così importante, fitto di eventi politici che lasceranno noi europei col fiato sospeso, arriva dunque la dichiarazione che aspettavamo dall’inizio dell’estate. Eppure, un clima di generale incertezza continua a pervadere i nostri giorni, con il Primo Ministro inglese che sembra esserne proprio l’immagine: tanto che il giornale The Economist ha deciso di ribattezzarla, in una delle sue ultime copertine, proprio come la Theresa “Maybe”.

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Dopo mesi di pressione, le opinioni che si sono susseguite all’interno dello stesso Partito Conservatore inglese sono state discordanti, ma ad oggi la corrente della “hard Brexit”, la linea dura dei veri fautori del “Leave”, sembra aver definitivamente avuto la meglio. Theresa May ha infatti annunciato che il suo Paese non si troverà affatto in quella posizione “di metà dentro e metà fuori” l’Unione, come alcuni ‘rumors’ avevano già sottilmente criticato: uscire significa abbandonare anche ogni rapporto che dal 1973 intercorre fra il Regno di Her Majesty e l’Unione.

Durante il suo discorso, la May si rivolge più spesso direttamente al suo popolo, come in un tentativo di placare le acque in un momento in cui sono in molti a non essere poi più tanto convinti di questa uscita repentina. Sono proprio i pensionati, infatti, a soffrire di più la svalutazione della sterlina che ha progressivamente caratterizzato i mesi dopo il 23 giugno, quando quasi il 60% di loro ha votato per uscire dall’Unione Europea: la riduzione dei fondi pensionistici è una delle conseguenze del calo dei rendimenti obbligazionari, causato da una moneta sempre più svalutata. Tornando però al suo discorso, in cui questi dati non sono stati affatto menzionati, il Primo Ministro torna a far leva su chi ha costruito quel grande Paese ed ha diritto di essere partecipe di questo successo; uno smacco, a suo avviso, dei “few”: i “pochi”, con chiaro riferimento ai vertici europei, da sempre intenzionati a frenare un Paese che, da solo, vorrebbe fare molto di più. L’idea è, perciò, quella di una vera ed indipendente “global Britain”, libera dalle imposizioni del mercato europeo ed in grado di negoziare direttamente con gli altri Paesi del mondo. Il governo inglese si impegnerà, infatti, già dal marzo prossimo a dare inizio alle negoziazioni per mettere in pratica, per la prima volta nella nostra storia, l’articolo 50 del trattato di Lisbona.

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Dopo mesi di indiscrezioni, la May ha dunque messo nero su bianco: il Regno Unito lascerà il mercato comune, senza mezzi termini. Angela Merkel, dopo il loro incontro avvenuto nell’ottobre scorso, aveva già fatto presente che questa sarebbe dovuta essere la linea da intraprendere. Un avvicinamento, se non proprio uno scontro, quasi epocale, il loro: forse per la prima volta, due donne, due esponenti di partiti conservatori, due capi di governo di Paesi pilastri del nostro continente a difendere due posizioni diverse: l’una contro l’altra, giocandosi il destino di un intero continente.

Eppure, di esempi di Paesi con cui l’Unione Europea negozia in maniera diversa dagli effettivi membri ve ne sono diversi: la Norvegia, fuori dalla Ue ma dentro il mercato comune; la Svizzera, una forma di associazione al mercato comune; o la Turchia, che ne è fuori ma gode di molti diritti dell’unione tariffaria doganale. Ciononostante, la linea del nuovo Primo Ministro inglese sembra non voler ricalcare nessuno di questi appena citati.

La questione resta dunque ancora aperta, e l’aria di dubbio e incertezza continua ad essere l’indiscussa protagonista di una vicenda a cui ci stiamo affacciando per la prima volta.

Rachele de Angelis

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