Passeggeri verso un nuovo pianeta

Una nuova vita, la possibilità di scegliere e ricominciare. Sono queste le aspirazioni del meccanico Jim Preston (Chris Pratt), passeggero della nave spaziale Avalon, diretta verso il nuovo pianeta da colonizzare ed abitare Homestead II. Scrivere un best seller e documentare la più grande migrazione di massa dalla Terra, sono invece i sogni di Aurora Lane (Jennifer Lawrence), giornalista newyorkese, figlia di un celebre scrittore. Sogni, ideali e aspettative che rischiano di venire infranti da uno scherzo del destino, o da un’egoistica decisione, che ha fatto svegliare i due protagonisti con un anticipo di 90 anni rispetto all’atterraggio previsto sul nuovo pianeta.

Dopo un primo e intrigante colpo di scena, il film di Morten Tyldum si presenta come una pellicola che di fantascientifico ha solo l’ambientazione. Si viene infatti subito catturati dall’allestimento iper-tecnologico della nave spaziale, che agli appassionati ricorderà qualche puntata della serie Black Mirror, dall’equipaggio ad ologrammi alla piscina con vista sullo Spazio. Ma fin dall’inizio, Tyldum scopre le sue carte, presentando Passengers come un Titanic futuristico, che non viene ricordato solo per le differenti classi sociali a cui appartengono Pratt e la Lawrence, ma anche per la ripresa di qualche battuta, come la celebre “Salti tu, salto io” trasformata in “Muori tu, muoio io” pronunciato dalla protagonista.

I presupposti per una storia d’amore travolgente ci sono tutti: Jim e Aurora sono gli unici due passeggeri, sui 5 mila totali, ad essersi svegliati dalla loro ibernazione, hanno a disposizione una nave spaziale lussuosa e piena di comfort, un android-barista (Michael Sheen) pronto a soddisfare le loro richieste, e un’atmosfera molto romantica fornita dallo spettacolo del cielo e delle costellazioni che i due hanno la possibilità di esplorare. Nonostante queste caratteristiche favorevoli, è palese la scarsa intesa tra gli attori protagonisti, più coinvolti nelle scene singole che in quelle in cui condividono la cinepresa. A fare la differenza, probabilmente, sarebbe bastato aggiungere un qualcosa alla componente “avventura” che, se non fosse per l’avaria della nave e il prezzo delle 5 mila vite in gioco, sarebbe fiacca e addirittura mancante.

Nel passaggio da sci-fi a romantic comedy, e nella sua deviazione in romantic-drama, il film di Tyldum apre parecchi sipari su temi molto caldi, dal dramma esistenzialista della solitudine a quello della morte, non trovando, tuttavia, il giusto modo per chiudere ognuno. Inoltre, per quanto sia il personaggio della Lawrence ad apparire come vittima della vicenda, il personaggio di Pratt risulta più accattivante e completo, spinto da valori come la speranza di essere utile in un mondo in cui è ancora tutto da costruire. Non mancano comunque scene d’effetto, come quella dell’assenza di gravità in acqua, che rendono la sceneggiatura di Jon Spaihts meno statica, merito anche della coinvolgente colonna sonora di Thomas Newman e dell’enorme budget (110 milioni di dollari) a disposizione, lo stesso che mancò a Muccino per prendere le redini della pellicola. Sembra che sia stato proprio il budget stellare a far perdere la retta via a Morten Tyldum, che dopo il successo e la candidatura all’Oscar per The imitation game, incorre nel classico scivolone hollywoodiano del film che si prefigge grandi obiettivi, ma che termina in un happy-ending sbrigativo che lascia lo spettatore con un po’ di amaro in bocca. 

Francesca Lanzillotta

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