Donne di Aleppo

Ce l’hanno descritta come l’eroina dell’antichità e pensavamo di averla abbandonata sui libri di terza liceo, quando tentavamo di tradurre Tito Livio. Invece, più di duemila anni dopo, assistiamo di nuovo ad un tragico epilogo al gesto più spregevole che una donna possa subire.

Il mito di Lucrezia è uno dei più celebri della storia romana, in cui si fondono le vicende di una giovane sposa ai valori autentici del celebre “mos maiorum”. Moglie di Collatino, era considerata non solo la più bella, ma la più pudica fra tutte le donne.

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E così fu lei ad ispirare la passione di Sesto, ospite nella loro casa legato alla famiglia del re Tarquinio il Superbo, simbolo di tirannide e strapotere; e poiché Sento tentò di abusare di lei nel cuore della notte, incapace di vivere con quel peso, Lucrezia preferì conficcarsi una spada nel petto.

Una storia anacronistica, almeno così ci sembrava. Eppure fu quel gesto a fomentare la ri-volta contro i Tarquini, l’evento che diede inizio alla repubblica di Roma, e che oggi ritro-viamo analogo in una notizia che ben pochi giornali hanno riportato: la scelta disperata di venti donne di rinunciare alla propria vita pur di non subire la violenza dei soldati di Assad, appena entrati nella città di Aleppo.

Un episodio che rende ancora più tetro lo scenario di una guerra disumana, rendendoci testimoni di una violenza che credevamo dimenticata nei libri, forse frutto dell’immaginazione dei loro autori.

Invece, c’è molto altro di cui non ci rendiamo conto: anche in altre parti del Paese, mentre la povertà e una guerra intermina-bile non danno spazio alla possibilità di un futuro, crescono in dismisura i suicidi di bam-bini e ragazzi lasciati soli.

E sono sempre costoro, forse i loro amici o ex compagni di scuola, che per qualche occasione in più presa al volo salpano il Mediterraneo a bordo di vecchie barche trasandate: abbandono il loro destino al mare, e sono solo i più fortunati a raggiungere le nostre coste.

L’esempio di Lucrezia ha dato inizio alla repubblica a Roma, un regime nato per strappare il potere dalle mani di uno solo. La storia di quelle venti donne, invece, non sembra ancora aver dato segni di ripresa ad un popolo ormai in ginocchio.

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Ma la speranza è che queste notizie non passino inosservate, e che forse si possa ancora provare la stessa indignazione del popolo romano descritta da Livio.

In una guerra in cui le posizioni da prendere sono molteplici, fra le quali non sembra possibile venirne fuori, accadono cose che non hanno bisogno di essere commentate o interpretate, ma soltanto riflettute: e allora quelle venti vite, forse, non si saranno spezzate invano.

Rachele De Angelis

 

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