Senatus aut Populus Romanus: di chi siamo più figli?

Anche senza essere particolarmente versati in storia antica, è cosa frequente trovarsi davanti, in contesti che dai libri sono quanto di più lontano, la sigla SPQR (Senatus PopulusQue Romanus): senza scomodare il mondo dell’ufficialità, saranno sufficienti i tombini che si incontrano per strada a ricordarcelo.

Eppure, se solo potessero parlare, quegli umilissimi tombini sarebbero gli ultimi testimoni inconsapevoli di una storia politica durata millenni, che ha alla sua base una chiara visione politica circa l’assetto costituzionale di Roma.

Il punto è questo: perché esplicitare chiaramente Senato e Popolo, come due elementi contrapposti, che quel semplice -que (“e”) non riesce a congiungere ideologicamente? In altre parole, perché Roma sente la necessità di distinguere due poli politici, senza poterli comprendere sotto la unica definizione di Romani? La questione è secolare, affonda nei primi scontri tra patrizi (il Senatus) e plebei (il Populus), e sarà destinata ad attraversare come una ferita mai sanata tutta la vita del periodo repubblicano.

15571225_10207653204863929_92200267_n

Ma viene allora da chiedersi: chi ha vinto questo conflitto? Alla fine, Roma è stata una aristocrazia o una democrazia?

La risposta, secca e inaspettata è che no, Roma non è mai stata una democrazia, nemmeno in età repubblicana.

L’idea cozza con quella idea scolastica dell’antichità come fabbrica di grandi esperimenti cittadini democratici: ma cerchiamo di chiarire questa affermazione, ed evitare che i nostri studi elementari di Roma antica siano totalmente da buttare.

È necessario, per risolvere la questione, liberarsi dalle definizioni politiche moderne, e adottare le categorie degli antichi, cercare di vedere con i loro stessi occhi. Si scoprirà allora che essi stessi avevano chiara percezione di come Roma non fosse una democrazia.

Polibio, storico greco del II secolo a.C, definirà la costituzione Romana μίχθη (mikhtē: “mista”), salvo poi riconoscere che essa riuscirà a prevalere nelle guerre puniche perché “a Cartagine la prevalenza nelle pubbliche decisioni apparteneva ormai al popolo, mentre a Roma all’apice era il Senato” (Storie, 6.51.6).

Cicerone si spingerà più oltre, dichiarando l’assoluta preminenza del Senato stesso: 

“a parole, tutti sono liberi”, eppure “sono […] privi del comando, della funzione di deliberare sulle cose comuni, del giudizio nelle giurie, tutte funzioni che si misurano sul metro dell’antichità delle famiglie e della ricchezza” (De re publica, 1.47).

Il quadro che Cicerone traccia al livello sociale è assolutamente chiaro. Nel corpo civico vigono dei criteri che non consentono di parlare di un assetto democratico: organizzazione censitaria dei cittadini (con una maggioranza di fatto perennemente assicurata alla prima classe), votazioni indirette, spinte economiche che subentrano nel politico e che ne indirizzano gli esiti.

Ciò non toglie che anche il popolo abbia avuto dei suoi momenti associativi (le contiones), degli organi politici (il concilium plebis) e delle magistrature specifiche (i tribuni della plebe). Ma in generale, la partecipazione politica era a Roma scandalosamentogato-barberinite bassa, sino ad interessare solo l’ 1-2% degli aventi diritto.

Perché? Tra i primi motivi, vi è un sostanziale disinteresse della plebe all’elemento politico: al popolo sono di fatto sottoposte questioni che riguardano le sfere alte del mondo politica, che ruotano intorno ai conflitti tra aristocrazie e che non lo interessano.

Si aggiunge a questo un problema territoriale: quando Roma nel II secolo si troverà ad aver conquistato tutta la penisola italiana (e oltre), sarà di fatto impossibile coinvolgere i cittadini lontani dall’Urbe nei processi decisionali.

Uno dei colpi finali inferti alla repubblica romana sarà il collasso delle strutture politiche, ancora cittadine, ormai non più in grado di coinvolgere e controllare l’intero mondo abitato.

Insomma, la grandezza di Roma deriva piuttosto dal Senato, un coeso assetto oligarchico, che sa mantenersi a lungo stretto intorno agli stessi interessi: lo sfaldamento di questo sistema coinciderà di fatto con la fine della Repubblica.

Paradossalmente, la riprova di quanto un assetto democratico sia saldo è data, al contrario, dalla sua degenerazione: una democrazia è realmente, scandalosamente tale quando permette persino ad un nessuno di divenire l’arbitro della scena politica cittadina.

Così succederà ad Atene, che vedrà il successo di Cleone, nulla più che un conciatore di pelli, durante la guerra del Peloponneso: a lui saranno affidate battaglie e momenti capitali nella conduzione delle operazioni militari.

Ma Roma non hai mai conosciuto simili personalità, realmente demagogiche fino in fondo: se demagoghi ci sono stati, furono demagoghi per opportunità o necessità politica, e provenirono dalla classe nobiliare, dalla ricca élite commerciale, furono oratori grandi e grandi generali.

Per far sentire la sua voce, non rimane al popolo che costituire alleanze momentanee intorno a certi temi od obiettivi, che non saranno mai definitive -Roma non conosce un vero e proprio sistema partitico, con ideali e scopi prefissati-.

Insomma, alla fine dovremo forse rivedere quanto ci è stato insegnato a scuola: nel frattempo però, ringraziamo i tombini di Roma per averci raccontato questa storia.

 

Lorenzo Pizzoli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...