L’Ucraina in bilico

Benché tramontata dall’orizzonte mediatico italiano ed europeo, la situazione in Ucraina non sembra volgere ad un epilogo rassicurante. Una matassa ingarbugliata fatta di cattiva diplomazia, accordi fumosi e volontà di potenza mantiene il conflitto in uno stato di impasse.

Risultato: nel Donbas si spara.

Gli accordi di Minsk si sono rivelati uno strumento del tutto inefficiente.

Ogni giorno si registrano violazioni del cessate il fuoco sia sul fronte ucraino sia sul fronte separatista(filorusso): si procede a colpi di mortaio e piccole incursioni dato che, almeno ufficialmente, il grosso delle artiglierie è stato temporaneamente messo da parte.

Le ragioni che sottendono al fallimento degli accordi sono molteplici. Innanzitutto tra le parti in causa c’è una divergenza ab origine: Kiev sembra irremovibile nel concedere una qualche forma di autonomia senza prima aver riottenuto il controllo del Donbas, Mosca all’opposto pretende che le elezioni precedano qualsiasi tipo di garanzia di sicurezza.

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Ma anche se una delle due parti accettasse di fare un passo indietro e iniziare trattative concrete, si ritornerebbe quasi subito ad una fase di stallo. Quale grado di autonomia per Donetsk e Lugansk?

Alexander Zakharchenko, presidente dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk parla di una soluzione federativa che, sebbene non prevista dagli accordi, si presenta come il punto di arrivo ideale anche per Mosca.

Poroshenko  d’altro canto teme  che concedere una riforma che garantisca autonomia al Donbas, oltre a minare l’unità del pese, aprirebbe la strada alle rivendicazioni regionaliste di altre zone dell’ Ucraina. Per questo motivo Kiev ha ridotto drasticamente la portata delle proprie concessioni, limtate ad una debole decentralizzazione e all’utilizzo della lingua russa.

In sostanza:o l’Ucraina è uno stato unitario o non è.

A rendere più complicato e teso il quadro sono poi le pietose condizioni economiche in cui versa l’intero paese. L’ucraina è un grande giacimento di carbone distribuito in modo disomogeneo sul territorio: Nel Donbas si concentra la stragrande maggioranza della ricchezza mineraria del  paese,  insieme naturalmente a tutte le grandi industrie da essa dipendenti.alexzuckerco

 il 90% della produzione ucraina di carbone si trova nel Donbass. Ora, il 70% della nostra produzione e di quella ucraina, è paralizzato. Allo stesso modo il 70% dell’indotto dell’industria chimica si trova qui. Tutto questo, insieme, costituisce il 35% del Pil dello Stato.

( Alexander Zakharchenko, presidente della Repubblica Popolare di Donetsk.)

La perdita di controllo sul Donbas ha innescato un circolo vizioso che ha del paradossale: Kiev è costretta ad acquistare carbone  sia dalla Russia sia dalle due sedicenti repubbliche sostenendo costi vertiginosamente alti. L’industria mineraria è in ginocchio. E la gente al freddo.

Le alternative disponibili per sostituire l’oro nero del Donbas  Kiev le ha provate tutte: dalle forniture da aziende svizzere e sudafricane alla liberalizzazione del mercato energetico. Ma senza i giacimenti dell’est  anche il più proficuo degli investimenti è destinto a fallire.

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minatore di Torez (Donbas)

Per evitare che l’Ucraina finisca in bancarotta entro il prossimo anno, quindi, il presidente Petro Poroshenko  è obbligato a risolvere la situazione nel Donbass.

Se  tuttavia il  dispositivo politico dei protocolli di Minsk non dovesse trovare applicazione, un ulteriore deterioramento delle condizioni economiche, cogliendo impreparati e privi di una risposta i protgonisti politici, condurrebbe inevitabilemente ad una escalation militare gravissima e fin ora inedita.

Da questa prospettiva il  carbone si presta ad un duplice utilizzo: potrebbe rappresentare il combustibile necessario a mettere in moto la macchina diplomatica e giungere ad una risoluzione del conflitto, oppure potrebbe alimentare e ingigantire, con conseguenze disastrose, un fuoco per ora solo debole e crepitante.

Alessandro Lazzarini

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