Un freddo antidestino

L’ibernazione è l’ultima frontiera della perenne lotta dell’uomo con la morte.

“Ma annientate nell’uomo la fede nella propria immortalità, e non solo in lui si inaridirà di colpo l’amore, bensì qualsiasi forza vitale in grado di perpetuare la vita nel mondo. E non basta: allora non vi sarà più nulla di immorale e tutto sarà lecito, persino l’antropofagia.”

Dostoevskij

Tre settimane fa una ragazzina inglese di 14 anni si è fatta ibernare nella speranza di risvegliarsi in un mondo senza morte. La notizia è stata accolta con un lieve e momentaneo shock, per poi essere assimilata velocemente dalla collettività ormai assuefatta al progresso scientifico ed ai film di fantascienza. Il metodo è quello della crioconservazione per mezzo dell’azoto liquido e di crioprotettori, che proteggono dalla formazione di cristalli di ghiaccio nelle cellule. Questo trattamento è assicurato da poche agenzie private presenti solo negli Stati Uniti ed in Russia.

Oltre a sperare che il progresso medico sia un giorno in grado di curare il suo tumore, la giovanissima si è addormentata nel sogno di una vera e propria resurrezione scientifica. Al momento la biotecnologia ci permette di “risvegliare” solo singole cellule, nulla a che vedere con un organismo complesso come l’intero corpo umano. Ci sono inoltre dubbi riguardo la capacità del cervello di mantenere intatte tutte le sue funzioni ed i suoi ricordi dopo un eventuale risveglio. Tuttavia, la battaglia con la morte è alimentata da una speranza inesauribile.

Mitologia, religioni, filosofia, tutte hanno dato risposte, esempi, e sentenze. L’immortalità greca delle gesta eroiche contrapposta all’immortalità degli dei “rei zontes”; l’immortalità del Regno dei Cieli; l’immortalità come contributo al progresso dell’umanità nell’Illuminismo. Solo apparentemente marginale è poi la letteratura marxista a riguardo: la prospettiva di un universo colonizzato dal socialismo e di pianeti abitati da uomini immortali era considerata, da alcuni intellettuali, la diretta conseguenza dell’instaurazione di una società scientifica e senza classi (vedi La Stella Rossa di Bogdanov).

La sconfitta della morte sulla terra sostituisce l’inganno cristiano del paradiso: la salma di Lenin è simbolicamente posta in un mausoleo senza punta verso il cielo, forse nella speranza che la scienza, non Dio, riporti in vita il corpo del leader. L’aspettativa di una vita dopo la morte che si configura come immortalità spirituale, viene gradualmente sostituita nella storia da una vita senza morte, quindi da un’immortalità materiale.

La morte come elemento necessario nell’universo e come limite che definisce l’uomo, diventa accidente ed errore da correggere, iniziando un percorso che deve terminare nella vittoria del finito sull’infinito, dell’uomo sul cosmo.

Oggi le tecniche di crioconservazione, insieme alla ricerca sui rimedi all’invecchiamento ed ai vari usi ipotizzabili della clonazione, accrescono le speranze dell’umanità di una vita indefinitamente più lunga. La fuga dalla morte, vista razionalmente come la cosa più ovvia, focalizza l’inquietudine esistenziale degli individui sul crepuscolo inevitabile della vita e sulla durata della stessa, spodestando l’attenzione alla qualità, alle azioni, alla concretezza di un presente relegato ad effimera felicità e macchiato dall’incombere del silenzio finale.

Eppure “senza mortalità, non ci sarebbe storia né cultura – non ci sarebbe umanità. La mortalità ha “creato” l’opportunità: tutto il resto è stato creato da esseri consapevoli di essere mortali. La mortalità ha fornito l’opportunità; il modo umano di vivere la vita è il risultato dell’aver colto, e cogliere, tale opportunità” (Bauman).

Il famoso pensatore polacco ci mostra il lato positivo della nostra più grande limitazione, quello di esortarci a vivere, a sprigionare subito la nostra creatività vitale, perchè un domani risponderemo dell’uso fatto della nostra opportunità. Con o senza giudizio universale, ci troveremo a rimpiangere una vita di tentennamenti e sterilità o a gioire di un passato che diventa magicamente gioia presente.

Mentre è perfettamente comprensibile la voglia di una ragazza di rimanere a qualsiasi costo attaccata alla vita, è triste vedere la gente lanciarsi in un’esistenza fatta di mediocrità, seguendo il mantra di un quanto mai frainteso carpe diem, per poi aver paura che tutta questa vacuità finisca e sperare allora di poter sospendere la loro morte nell’attesa che questa giostra grottesca possa ricominciare.

Mattia Patriarca

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