L’altra faccia dell’immigrazione

Sono quarantadue i ragazzi inseriti in uno dei progetti Sprar che ogni giorno si svegliano a Cantalice, paese del centro Italia nel reatino. In una popolazione di a malapena tremila anime, la presenza di quei giovani uomini perciò non passa affatto inosservata. Ancora oggi, nei loro volti e sui loro corpi, la fatica di un viaggio interminabile che li ha portati fino al centro della nostra penisola.

Lì un giovane sindaco, eletto poco più di anno fa, non si è tirato indietro di fronte ad un fenomeno che ormai molti interpretano come sola fonte di sprechi e di corruzione. A Cantalice, invece, tutta la comunità è stata coinvolta perché questi ragazzi riescano a vivere quello che per molti è il primo approccio ad una società accogliente; i ragazzi del centro, infatti, sono tutti rifugiati politici di regimi che continuano a non tollerare le minoranze.Refugee Rights Protest at Broadmeadows, Melbourne

Questa volta, però, date soprattutto le polemiche con una patina ormai tutta politica, la sfida cui la nuova amministrazione è andata incontro sembrava fin troppo audace. “Ormai ci siamo liberati delle preoccupazioni iniziali”, ci confessa il sindaco Silvia Boccini. “I ragazzi sono impiegati nelle attività di decoro urbano e di manutenzione degli ambienti del comune, dalle strade ai campi della polisportiva del paese”.

Silvia ci racconta che, inoltre, questa è stata una notevole risorsa a seguito dei blocchi delle assunzioni amministrative. “I ragazzi non si sentono soli, fanno parte di un gruppo di lavoro che gli dà innanzitutto stimoli per integrarsi”.

Eppure l’integrazione e la crescita non riguarda soltanto loro: è tutta la comunità che sta facendo passi invidiabili, se pensiamo alle recenti storie di centri italiani che hanno respinto e continuano a rifiutare le quote loro assegnate di migranti; come nel celebre caso di Goro, in cui da accogliere c’erano soltanto dodici donne. “La differenza”, ammette il sindaco, “è che da noi è stato il comune a richiedere la loro presenza”.

I ragazzi che ora abitano a Cantalice, infatti, non fanno parte delle cosiddette quote affidate dalle prefetture, ma sono seguiti da uno dei progetti dello SPRAR, il “Servizio di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati”; è con l’aiuto di educatori, psicologi, insegnanti di lingua, nonché l’ausilio dei volontari fra i concittadini, che i quarantadue ragazzi vengono seguiti quotidianamente: stanno imparando bene lingua e cultura del Paese ospitante, mentre i due unici minorenni, trentasette anni in due, si allenano con la squadra di calcio del paese.

“Grazie a questo metodo”, puntualizza il sindaco, “non abbiamo mai avuto alcun problema di integrazione, né si sono mai verificati casi di delinquenza o di vandalismo”. Poi ci confida, sconvolta, che al comune di Poggio Bustone, sulla montagna opposta a quella su cui sorge il suo paese, la scorsa estate sono stati affidati col metodo delle prefetture ben cinquanta ragazzi, i quali, nel mese di dicembre, vagano per le strade del paese con ancora i sandali ai piedi.

“Dunque, se ogni paese in Ita3500lia decidesse spontaneamente di aderire ad uno dei progetti SPRAR, a quest’ora non staremmo parlando di ‘quote imposte dall’alto’ o di ‘esproprio di proprietà private’, come erroneamente si sente dire quasi ogni giorno nei dibattiti televisivi”, mi permetto di aggiungere io. “Non solo: l’accoglienza dei rifugiati è una notevole possibilità di ripresa per i piccoli comuni italiani da tempo in crisi”.

Silvia ci parla del suo progetto con una soddisfazione che negli ultimi tempi è raro ritrovare nelle istituzioni politiche; la sua ambizione, inoltre, la spinge a voler richiedere un numero sempre crescente di ragazzi che hanno bisogno di asilo.

E’ un modello di integrazione di cui ben poco si sente parlare, confusi nelle chiacchiere di chi ha solo polemiche da tirar fuori. Al contrario, è un piccolo spaccato di un’Italia che funziona, un’Italia in cui l’integrazione non viene lasciata soltanto alle attività di volontariato, seppur indispensabili. E quando il segnale arriva alle nostre amministrazioni, seppur di modesta dimensioni come nel caso di Cantalice, è da lì che si può dare la speranza di un Paese veramente civile, per il quale c’è bisogno di battersi a partire da questi grandi passi in avanti.

Rachele De Angelis

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