L’Utopia Politica

 L’utopia politica nel mondo antico: teorie e realizzazioni pratiche di un ideale raggiunto

Si sente spesso ripetere che non ci sia nulla che non sia stato pensato, espresso o già sperimentato dagli antichi, ed è forse vero. Non si tratta di rievocare i fantasmi polverosi del passato, di ridurli a mera e nostalgica operazione intellettuale: al contrario, riconoscere tale dato di fatto è importante per comprendere quanto condividiamo, con i nostri progenitori di secoli fa, gli stessi moti dell’animo, lo stesso sentire, le medesime paure e speranze.

Chi non ha mai sentito parlare della leggendaria età dell’oro, della mitica Atlantide, di società cristallizzate nella loro perfezione e floridezza? Sono miti formulati dagli antichi che affascinano ancora oggi. Eppure, gli stessi antichi che tanto hanno favoleggiato su forme di convivenza e società utopiche si sono in qualche caso spinti oltre, fino a realizzarle.

Tra queste, vi sono due esempi, brevissimi e quasi modesti, sepolti nella grandezza della storia antica, ma che, al di là dei risultati e delle conseguenze effettive permettono di intravedere la grande umanità, la vicinanza tra i greci e intellettuali che secoli dopo, ancora riflettevano su questi temi, in un filo che idealmente congiunge Platone con Thomas More, Campanella, Swift.

utopiaIl primo caso ha come protagonista un esule (un immigrato, diremmo oggi?): Pentatlo di Cnido parte dalla sua terra natale, alla volta della Sicilia. A quest’altezza, tutte le grandi colonie greche (Siracusa, Messina, Catania, Gela, Agrigento, Selinunte) sono state fondate: è proprio la mancanza di un luogo fisico che farà coltivare ai compagni di Pentatlo, che morirà nell’impresa, la loro personale utopia: ritiratisi nelle isole Eolie, daranno vita ad un sistema comunitario di condivisione della terra, vivendo in simbiosi con gli abitanti dell’isola.

Il secondo esempio si colloca a secoli di distanza, nel 133 a.C: Attalo III, sovrano del regno di Pergamo, lascia in eredità morendo i suoi possedimenti a Roma. Quando un tale Aristonico tenterà di impossessarsi del potere presentandosi come legittimo erede di Attalo, i Romani interverranno militarmente: sconfitto, Aristonico si ritirerà, con lo scopo di creare una società egualitaria, libera dalla schiavitù, con medesimi diritti per tutti i cittadini: una città variamente chiamata, δούλων πόλις (doulōn polis, “la città degli schiavi”), o ἡλιόπολις (heliopolis: la città del sole).

Due esempi che sono particolarmente interessanti nel mondo antico, per quanto distanti tra di loro nel tempo. Anzi: è la distanza che in qualche modo li avvicina. Siamo rispettivamente nel 580 e 133 avanti Cristo, in Sicilia e a Pergamo, aree geografiche entrambe permeate di cultura greca.

Siamo rispettivamente prima e dopo quello che è stato definito il “miracolo greco”: quando lo scintillante mondo della democrazia ateniese era ancora al di là da venire, e quando quello stesso mondo era ormai poco più che un’ombra. Prima che la polis così come è narrata nei libri di scuola nasca, e dopo la sua morte, si sperimentano modelli di convivenza ideali, in un contesto in cui l’atto politico è ancora fortemente legato ad un impianto cittadino (forse l’unico, per estensione, in cui sia possibile il mito della “società perfetta”).

Ma ancor prima, è la convivenza sociale, la costituzione stessa di una vita comunitaria ad avere qualcosa di utopico: la πολιτεία (politeia), la vita cittadina e il complesso di leggi e diritti che ne regolano il funzionamento, ha di per sé una fiamma divina: nell’omonimo dialogo platonico, il filosofo Protagora descrive la “virtù politica” come dono degli dèi all’uomo, che lo salva, attraverso il vivere civile, dalla morte.

O ancora, le prime costituzioni scritte che la Grecia conosca sono ricondotte a figure ai limiti del leggendario (così Zaleuco a Locri, o Licurgo a Sparta); nello specifico, Sparta vivrà per secoli di una costituzione non scritta, frutto dell’oracolo di Delfi, in un saldissimo legame tra legislazione e sacralità. Se l’utopia politica apparì come attuabile agli occhi dei Greci, è dplatounque perché il modello stesso di città che stava nascendo, lo sviluppo stesso di tale modello che avevano dinanzi agli occhi appariva loro come un miracolo di cui avevano chiara percezione di essere artefici.

Eppure, quando questo modello inizia a vacillare, qualcosa cambia: l’utopia (dal greco οὐ e τόπος, letteralmente “non luogo”), sembra a questo punto avere il destino scritto nel nome: l’unica condizione della sua esistenza è, per l’appunto, quella di non esistere, di essere un modello ideale rispetto ad una realtà che da tale modello è infinitamente lontana: è questa la tensione, fortemente politica, che ispirerà Platone nella stesura della Repubblica.

Perché di tensione si tratta: l’irraggiungibilità del modello non intende generare sconforto, ma un attivismo, una continua propensione al raggiungimento della perfezione che esso illustra. Ed è così che, per brevissimi istanti, forse anche lontano dall’alta cultura che a lungo ha riflettuto su tale possibilità, un barlume di una raggiunta, conquistata ed attuata utopia sembra essere giunto sino a noi.

Lorenzo Pizzoli

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